Corte d’Appello di Milano: «Il saluto romano non è reato se non diffonde l’ideologia fascista»

Arriva l’assoluzione di due esponenti di Casapound a processo perché accusati di apologia del fascismo
ANSA

Manifestazione di militanti dell’estrema destra italiana


Pubblicato il 20/10/2016
Ultima modifica il 20/10/2016 alle ore 21:19
milANO

Compiere il saluto romano non è reato se non si diffonde l’ideologia fascista. È quanto sostiene in sintesi la Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza con cui ha confermato l’assoluzione, decisa dal gup Donatella Banci Buonamici nel giugno del 2015, di Marco Clemente e Matteo Ardolino, i due esponenti di Casapound accusati di apologia del fascismo per avere fatto il saluto romano durante la commemorazione, il 29 aprile 2014, dello studente Sergio Ramelli e dell’avvocato Enrico Pedenovi assassinati degli anni ’70 e di Carlo Borsani militare e stretto collaboratore di Mussolini ucciso nell’aprile del 1945. 

 

Secondo i giudici i due esponenti di Casapound hanno compiuto “gesti rituali del disciolto partito” fascista, ma “non è chiaro” se “il loro comportamento abbia superato il confine della commemorazione per giungere alla condotta diffusiva” della ideologia. Di diverso avviso il sostituto pg Nunzia Ciaravolo che, così come la parte civile Anpi, aveva chiesto la condanna a 6 mesi di reclusione per i due imputati, ritenendo sussistente “la volontà diffusiva della ideologia fascista, intrinsecamente connessa alla modalità della manifestazione commemorativa”. 

 

Come si legge nelle motivazioni “non vi è dubbio” che ci sia stata da parte di Clemente e Ardolino, difesi dai legali Vanessa Bonaiti e Jacopo Cappetta, il richiamo all’ideologia del fascismo, per via dell’uso di “bandiere con croci celtiche (in realtà non utilizzata dal partito fascista, ma da alcuni movimenti politici di destra che hanno associato il simbolo al fascismo)” della “chiamata al presente” e del “saluto romano”, ma, scrive la Corte, “appaiono dubbie la volontà e la capacità diffusiva della manifestazione stessa”. 

 

Quindi, in base ad alcune sentenze della Consulta, i giudici nell’assolvere i due, hanno ricordato che penalmente rilevanti sono quelle manifestazioni in cui i “gesti di richiamo all’ideologia fascista siano svolti in occasione di una riunione pubblica” e dimostrino “il dolo, anche generico, di volere diffondere ideologia”, con atteggiamenti “tali da porre in pericolo l’ordine democratico”. 

 

E ancora, hanno ribadito i giudici concordando con quanto sostenuto in primo grado dal gup, la natura della manifestazione dell’aprile 2014 era “commemorativa” ed era stata organizzata per ricordare “la morte di tre persone, uccise nell’ambito di una violenta lotta politica, a causa della loro adesione a una ideologia”. I partecipanti, infatti, “hanno sfilato in assoluto silenzio, con un atteggiamento di rispetto nella memoria delle vittime di violenza”, senza “innalzare cori inneggianti” o esprimere “propaganda e volontà di diffusione di un’ideologia” pur richiamando alcuni simboli del fascismo. 

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