Da Roma a Milano passando per Goro ecco la mappa del rischio intolleranza


Pubblicato il 25/11/2016
Ultima modifica il 03/12/2016 alle ore 02:30
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Anche Torino, dunque, s’aggiunge all’elenco non breve delle scaramucce che si sono innescate per l’arrivo di migranti. C’era forse da aspettarselo. Le concentrazioni di stranieri sono sempre più maltollerate. E c’è chi soffia sul fuoco. Basta scorrere il sito di Casapound, per dire, e ne viene un impressionante elenco di luoghi della tensione. Tutti possibili focolai che preoccupano il ministero dell’Interno.  

 

Si parte dalle grandi città. A Roma esistono ormai quartieri dove la mescolanza tra italiani e stranieri sta cambiando di segno abbastanza rapidamente. È il caso di Tor Pignattara, per esempio, ad altissima densità di bengalesi. Si registrano già ripetuti casi di intolleranza nel vicino quartiere del Pigneto, scoperto anni fa dalla movida romana, che però è diventata anche una piazza di spaccio, contesa da bande etniche, scenario di risse violente. Lo stesso può dirsi di Ostia. Qui non si può sottovalutare che i militanti di Casapound da tempo battono sul caso della ex colonia Vittorio Emanuele, dove ci sono centinaia di immigrati che occupano l’edificio abusivamente. Una realtà molto vicina a quella della ex Moi.  

 

Cambio veloce di scena. Da mesi a Milano c’è una concentrazione di migranti che sfugge ad ogni statistica. Sono quei disgraziati che dopo una permanenza nei centri di accoglienza al Sud provano a varcare le Alpi, non ci riescono perché le frontiere sono chiuse, e finiscono per bivaccare nel capoluogo. Il sindaco Giuseppe Sala è preoccupatissimo e batte sulla necessità di condividere il peso dell’accoglienza con gli altri comuni della Lombardia. Il prefetto Alessandro Marangoni, intanto, ha deciso di trasferire 300 profughi da Quarto Oggiaro, dove erano in un centro di accoglienza, alla caserma Montello di via Caracciolo. Risultato: il quartiere è spaccato, si sprecano le manifestazioni, i leghisti sono arrivati con Matteo Salvini e puntualmente si attendono anche quelli di CasaPound con lo slogan «Milano come Goro».  

 

Già, Goro. Il minuscolo centro del ferrarese che è sceso in piazza per bloccare l’arrivo di undici richiedenti asilo, di cui 9 donne. Goro è stato l’esempio di quali tensioni covano anche nei centri più piccoli. E si può scommettere che c’è sempre qualcuno che soffia sul fuoco. A Lanciano il sindaco ha stipulato una convenzione con la cooperativa Matrix, che gestisce un centro di accoglienza, affinché i migranti possano essere adoperati in lavori socialmente utili: i soliti contestatori protestano perché gli stessi corsi di falegnameria o giardinaggio andrebbero riservati a giovani italiani disoccupati. A Parma, nei pressi di Bogolese, apre un centro di accoglienza, s’annuncia l’arrivo in provincia di 800 richiedenti asilo, e c’è chi strepita. A Pradamano, in provincia di Udine, si attende l’arrivo di 5 (cinque!) profughi che il Comune ospiterà in un appartamento preso in affitto e Casapound annuncia minaccioso: «Seguiremo l’evolversi della situazione tramite i nostri militanti».  

 

Sono piccole e grandi tempeste in arrivo. Come dimenticare la rivolta di Tor Sapienza, a Roma, due anni fa? Oppure quanto accadde a Quinto di Treviso, dove si sfiorò la rivolta, i cittadini in strada contro la prefettura, mobili e materassi incendiati negli appartamenti destinati ai migranti, e alla fine arrivò il Governatore del Veneto, il legista Luca Zaia, a portare il suo sostegno ai rivoltosi? È accaduto di nuovo a Roma, nella periferia nord, a Casale San Nicola, un anno fa. Come ad Acerra, nel Napoletano, quando si sparse la voce dell’imminente arrivo di un pullman con a bordo alcune decine di immigrati.  

 

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