Quando Vercelli era più grande di Torino

Nel Medioevo contava il doppio degli abitanti, confluiti dalle campagne del Piemonte e della Lombardia. E ospitò anche una Università

In un acquerello del 1825, la basilica di Sant’Andrea a Vercelli: costruita per volere del cardinale Guala Bicchieri


Pubblicato il 26/01/2017
Ultima modifica il 07/02/2017 alle ore 11:46

Ai primi del Cinquecento un viaggiatore lombardo, che tornava in patria attraversando il Piemonte, giudicò Vercelli «città... maggior» di Torino e «assay grande». Era un giudizio già espresso da molti. Nel 1428, quando Vercelli era appena diventata possedimento del duca di Savoia, il segretario ducale Guillaume Bolomier, che vi giungeva per la prima volta, la scoprì con sorpresa città «grande e notevole e molto migliore» di quel che aveva creduto. Negli anni seguenti, Vercelli da sola contribuì per quasi un decimo alle entrate complessive del ducato sabaudo, che pure si estendeva dalla Sesia fin quasi a Lione.  

 

Certo, questo non significa che Vercelli fosse una grande metropoli: significa, piuttosto, che i Savoia prima di acquistare Vercelli dai Visconti non avevano vere città. È abbastanza imbarazzante constatare che questo centro, che nel ducato sabaudo figurava con tanto rilievo, prima di allora era stata la città più insignificante del ducato lombardo: le tasse pagate dai vercellesi ai Visconti equivalevano al 2,5% di quel che pagava la sola città di Milano. Il fatto è che il Piemonte nel Medioevo non ebbe mai una grande città. Ebbe tanti Comuni indipendenti, ma quasi tutti piccoli, compresa Torino, che non superò mai i 5000 abitanti, la stessa cifra di Moncalieri o Savigliano. Tra le città piemontesi solo Asti, Chieri, Vercelli, Novara e Alessandria raggiunsero, a stento, i 10.000 abitanti, la soglia minima perché una città potesse avere una qualche importanza, nel florido sistema economico di un’Italia che era, all’epoca, il paese più ricco d’Europa.  

 

Crescita tumultuosa  

Ma al di là delle dimensioni, la storia di Vercelli è quella di un Comune italiano a tutti gli effetti, che in piccolo rivisse le stesse vicende di città più blasonate. Il Medioevo fu epoca di crescita tumultuosa, di immigrazione dalla campagna alla città, di espansione edilizia, di nuovi cantieri. Ricordate Dante, che rievoca con nostalgia la vecchia Firenze «dentro da la cerchia antica», quando non era ancora stata costruita la nuova, colossale cerchia muraria duecentesca, destinata a difendere i nuovi quartieri nati fuori porta? Anche Vercelli a un certo punto scoprì che troppa gente, venuta a vivere in città, abitava in realtà fuori delle vecchie mura romane, perché dentro non c’era più spazio, e intraprese la costruzione di una nuova cerchia muraria, così ambiziosa che ci volle quasi un secolo a completarla; alla fine le mura racchiusero un’area di 70 ettari, varie volte più ampia rispetto alla città antica. Se c’è una cosa che non mancava alle classi dirigenti medievali, era l’ottimismo e la capacità di impegnarsi in progetti a lungo termine. 

 

La prima chiesa gotica  

La città si ingrandiva, perché la gente veniva a vivere lì: dalla campagna, ma anche da altre città, da Milano, da Como. Nel 1210 il Comune di Vercelli stabilì che chiunque fosse venuto a stabilirsi in città e vi avesse acquistato una casa avrebbe avuto la piena cittadinanza. In quegli anni la città accoglieva nuovi cittadini a un ritmo medio di 25 famiglie l’anno. Per molti di loro si conosce anche la zona della città in cui andavano a stabilirsi: il 14% costruì casa nel quartiere dove dal 1219, a spese del cardinale vercellese Guala Bicchieri, si stava edificando la nuova, grandiosa basilica di Sant’Andrea, la prima chiesa italiana costruita in stile gotico, che accoglie ancora oggi con le sue torri chi scende dal treno alla stazione di Vercelli. I cardinali vercellesi hanno spesso interessi edilizi, ma c’è chi preferisce i superattici, e chi spende il suo patrimonio per edificare capolavori, tra l’altro in tempi velocissimi: Sant’Andrea fu completata in otto anni. Come ogni città medievale, Vercelli cresceva e si trasformava, e si capisce allora perché un vecchio vercellese, interrogato in occasione d’un processo, dopo aver dichiarato che la sua memoria si estendeva all’indietro per novant’anni e più (magari avrà un po’ esagerato!), dichiarò «che allora la città di Vercelli non aveva quella forma che ha adesso». 

 

Il primo corso di teologia  

L’intraprendenza del Comune era tale che nel 1228 immaginò addirittura di portare a Vercelli l’Università, quasi due secoli prima che al principe d’Acaia venisse l’idea di fondarne una a Torino. Università, allora, voleva dire una comunità di studenti, centinaia o anche migliaia, organizzati sindacalmente per trattare con le autorità del luogo in cui risiedevano. Capitò che gli studenti di una delle maggiori università italiane, Padova, erano intenzionati per motivi politici a cercarsi un’altra sede; le autorità vercellesi andarono a Padova a negoziare, e stabilirono un capitolato d’intesa che obbligava il Comune a una serie di garanzie nei confronti dell’Università, in cambio del suo trasferimento a Vercelli. Tra gli altri impegni, il Comune si obbligava a mettere a disposizione ben cinquecento alloggi per gli studenti, e a pagare lo stipendio a 14 professori, tra cui uno di teologia: e fu il primo insegnamento italiano di teologia, che fino ad allora era insegnata solo a Parigi, alla Sorbona.  

 

Sono i paradossi di una regione, il Piemonte, che oggi è dominata da Torino al punto che le altre città quasi scompaiono, ed è difficile ricordarsi che ancora cinquecento anni fa non era così. Lo storico Giovanni Levi ha raccontato come a partire da Emanuele Filiberto quella che era stata forse la più sonnolenta delle città piemontesi si trasformò in un’aggressiva capitale, e tutte le città che nel Medioevo erano state così dinamiche appassirono riducendosi a borghi di provincia: il titolo del suo saggio (in Centro e periferia di uno Stato assoluto. Tre saggi su Piemonte e Liguria in età moderna, Rosenberg & Sellier, 1985) è Come Torino soffocò il Piemonte

 

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