Sui vagoni il giorno dopo la strage: “Può ricapitare in qualsiasi momento”

Tra i passeggeri della linea blu: con la guerra in Siria siamo a rischio
AP

Lo sgomento dei passeggeri della metro di San Pietroburgo, riaperta dopo l’attentato tra le stazioni Sennaya Plosh-chad e Tekhnologichesky Institute


Pubblicato il 05/04/2017
Ultima modifica il 13/04/2017 alle ore 02:30
san pietroburgo

La prima fermata al mattino sul metrò appena riaperto è Ploshad Vostannaya, dove è stato trovato l’ordigno inesploso, di fronte alla stazione ferroviaria centrale, sempre affollatissima: molto più potente di quello che ha provocato 14 morti , se detonato avrebbe fatto una carneficina peggiore. Comincia qui il percorso ideale dell’attentatore. Ingressi e uscite presidiati da decine di poliziotti, pochissimi si avventurano in fondo al tunnel, c’è confusione: fino al pomeriggio gli altoparlanti annunciano a ripetizione la chiusura e poi la riapertura di tratte per falsi allarmi bomba e «verifiche tecniche», a Pietroburgo serve più tempo della coriacea Mosca per tornare alla «normalità» dopo il terrore. Tra rabbia, polemiche e dubbi sulla sicurezza, quel mantra dell’era Putin insieme all’ordine e alla stabilità che oggi sembra incrinato.  

 

«Certo che ho paura, non mi sento sicura - dice Olga Loginova, 28 anni -. In Russia abbiamo servizi di sicurezza forti, ma nonostante i 325 metal detector installati nel nostro metrò, è successo. Perché, semplicemente, molti non funzionano».  

Fuori da Piazza Sennaya, alle 14.40 in punto, 24 ore dopo l’attacco, tutti si fermano per un omaggio silenzioso al memoriale di fiori rossi e lumini, poliziotti immobili montano picchetto. Qui passeggiava il Raskolnikov di Dostoevskij, la piazza in pieno centro storico è famosa per i suoi affari loschi, le «kommunal’ke» sovietiche che sopravvivono, e il mercato alimentare dove ancora oggi lavorano molti centro asiatici, come il sospetto killer. Oxana corre a piedi verso la Nevsky, fa tardi al lavoro: «Le indagini? Come al solito ci sbatteranno in tv qualche faccia, e diranno ecco il colpevole. Prima erano i ceceni, ora la Siria… mai loro». 

 

Prima di mezzogiorno la linea blu, cuore della tragedia di lunedì, si ferma di nuovo a Tekhnologichesky Institut. Moltissimi giovani universitari passano di qui, e molti giovani sono nella lista delle 14 vittime diffuse in serata: nati nel 1990, 91, 96. Sulla blogosfera serpeggiano accuse: «I servizi sono inefficienti, corrotti»; alcuni parlano di «Illusione della sicurezza»; «Siamo andati in Siria a combattere i terroristi, e ora il terrorismo viene a noi?». Maxim Dudkin, 25 anni, non ha paura: «Non ci piegheranno. Ma dobbiamo stare attenti, il nostro Paese è in guerra in Siria, quindi il rischio attentati è aumentato, può accadere in ogni momento. Volevano far capire a Putin che possono fare ciò che vogliono, ma a soffrire è la gente comune». Per lui, la storia della bomba inesplosa «non torna». Gli fa eco Ekaterina: «A ogni stazione ci sono poliziotti. Ma a che serve se uno può entrare e mettere una bomba così?». 

 

Pietroburgo ci prova a essere un po’ Londra, un po’ Parigi un po’ Bruxelles, si stringe nel dolore e nell’orgoglio di storia e cultura secolari, tra atti di solidarietà, hashtag e loghi a forma di cuore. Persino il governatore Poltavchenko pare copiare Sadiq Khan, in un videomessaggio per le vittime: «Nessuno è stato mai in grado di intimidire la nostra città. Falliranno anche questa volta». Vorrebbe, ma non ci riesce. Putin ha reso omaggio alle vittime dopo la mezzanotte di lunedì, ma non ha ancora parlato pubblicamente ai russi.  

 

«Sapete cosa è triste, oltre alla perdita di tante vite umane? - scrive l’analista liberale Konstantin Eggert su Facebook alludendo al recente ritorno delle proteste anti-Cremlino che la bomba potrebbe affossare -. Il fatto che domani, qui, decine di migliaia di persone non scenderanno in piazza spontaneamente con lo slogan “No al terrorismo!” “Restiamo insieme!”, come a Parigi». E c’è chi, in mancanza di risposte, accusa l’Ue: «I centroasiatici arrivano da noi senza visto. Servono più controlli, come in Usa e Israele - dice il tassista Alexander Elmasov -. Putin fa bene con l’Isis in Siria: meglio radere tutto al suolo affinché non ne rimanga traccia. I nostri liberali, e voi europei, difendono rifugiati e terroristi, ma presto avrete tutti l’allergia con la vostra tolleranza».  

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