Milano si conferma capitale dell’Aids

Ci sono 439 nuovi casi all’anno. In Lombardia 26 mila sieropositivi. Presto verrà aperto un “checkpoint” milanese di prevenzione. Il fenomeno del “chemsex” e delle “dark-room”
LAPRESSE


Pubblicato il 28/04/2017
milano

A quasi trent’anni dallo slogan “Aids se lo conosci lo eviti”, l’epidemia non si arresta. Con 439 nuovi casi l’anno, Milano si conferma la capitale dei contagi e la Lombardia, con i suoi 26 mila sieropositivi, è al primo posto tra le regioni italiane. Qui, dove l’incidenza del virus è più alta della media italiana, nel 2015 sono state segnalate il 24% di tutte le nuove infezioni da Hiv del paese. Ma i dati del COA Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità indicano un altro primato lombardo, quello relativo alle nuove infezioni in uno dei gruppi più vulnerabili, gli stranieri, con Varese e Milano rispettivamente al primo e terzo posto in Italia.  

Oggi la principale modalità di trasmissione non è più lo cambio di siringhe infette ma quella per via sessuale. I più a rischio sono “maschi che fanno sesso con maschi” (gli MSM) dove «i casi sono in forte crescita, soprattutto tra giovani e giovanissimi, anche al di sotto dei 20 anni» spiega Antonella D’Arminio Monforte, direttrice della Clinica di Malattie Infettive e Tropicali del Dipartimento di Scienze della Salute dell’Azienda Ospedaliera-Polo Universitario San Paolo di Milano. Le cause? Una pericolosa combinazione di «ignoranza, trascuratezza, scarsa percezione del rischio e, a volte, un senso di sfida». Milano è diventata una capitale del “chemsex” e dei lunghi fine settimana a base di droghe e rapporti promiscui non protetti. «Le nuove sostanze assunte contemporaneamente e ripetutamente, hanno effetti potenti e alzano la soglia del dolore per rapporti sessuali violenti che favoriscono ancor più il contagio». I frequentatori dei party sono persone difficilmente intercettabili. Un dramma per chi cerca di fermare l’epidemia perseguendo l’obiettivo “90-90-90”: diagnosticare il 90% delle infezioni, trattarne il 90% e raggiungere l’abbattimento della carica virale nel 90% delle persone in cura.  

 

La prevenzione  

Tra gli strumenti per prevenire nuove trasmissioni, vi è la profilassi pre-esposizione o Prep, che prevede l’assunzione di un farmaco combinazione di due antiretrovirali per i sieronegativi ad alto rischio di contrarre l’infezione. «Gli studi dimostrano che, anche in caso di rapporto non protetto, il farmaco impedisce il contagio» spiega la professoressa, tra le redattrici delle linee guida ministeriali sui trattamenti antiretrovirali. Oggi, c’è chi si procura il farmaco online a caro prezzo (700euro), ma la gestione della terapia richiede il supporto medico. «Alcuni professionisti volenterosi assistono chi lo assume, in quanto il mercato nascosto esiste e la situazione andrebbe affrontata» conclude la D’Arminio Monforte. Valutazioni etiche sono state fin qui d’ostacolo (perché un farmaco per proteggere dal contagio i sani che vogliono avere rapporti non protetti?) e anche economiche (chi lo dovrebbe pagare?). Ma gli infettivologi italiani non intendono più stare a guardare: la SIMIT Società italiana di malattie infettive e tropicali sta prendendo in considerazione una serie di misure che potrebbero anche prevedere la sperimentazione della Prep (in accordo e sotto l’egida del Ministero della Salute). «Bisogna ragionare a livello di popolazione e non del singolo: la Prep è un mezzo efficace per arginare i contagi» puntualizza la professoressa. «In Francia, dove è stata concessa gratuitamente ai più a rischio, a fronte di un aumento di infezioni sessuali a causa dell’abbandono del preservativo, l’epidemia di hiv ha rallentato. Così nel Regno Unito». 

Inoltre, la distribuzione della Prep consentirebbe di entrare in contatto con chi oggi non si rivolge alle strutture sanitarie. Un effetto non da poco, perché solo diagnosi e ricorso tempestivo agli antiretrovirali (test and treat) consentono di bloccare la progressione della malattia. In Europa, iniziative di successo sono i “checkpoint”, centri gestiti dalle associazioni che forniscono in ambiente non sanitario servizi preziosi per la salute sessuale, come il counseling psicologico e il testing per le epatiti, l’hiv e le malattie sessualmente trasmissibili.  

La sezione lombarda della SIMIT ha già chiamato a raccolta le associazioni, che in prima persona e unitariamente dovrebbero gestire questi centri. In ballo c’è la creazione di un “checkpoint” milanese, secondo in Italia dopo quello di Bologna, reso ancora più urgente anche dall’epidemia di epatite A in corso tra i maschi omosessuali. 

 

La Lila: «Fino a 70 test a serata»  

Lella Cosmaro lavora da 25 anni alla sede milanese della LILA, Lega Italiana Lotta contro l’Aids. Attivissima a livello internazionale, è stata co-Chair dello European Civil Society Forum e membro dello Steering Committee del network AIDS Action Europe.  

Quali progetti segue la LILA?  

«Siamo impegnati sia nelle aree dell’educazione e prevenzione, che in quella del sostegno alle persone con HIV e ai gruppi a maggior rischio di contrarre l’infezione. Inoltre, come fanno anche altre associazioni, offriamo due volte al mese, gratuitamente e tutelando l’anonimato, i test rapidi per l’HIV, per l’HCV e la sifilide. Siamo arrivati ad avere anche 70 clienti in una sola serata; purtroppo non possiamo permetterci di ampliare il servizio poiché a oggi possiamo contare solo su finanziamenti saltuari e donazioni».  

Con un checkpoint molto potrebbe cambiare

«L’esperienza europea ha mostrato l’importanza di agire al di fuori degli ambienti ospedalieri, spesso evitati anche a causa dello stigma che ancora colpisce chi ha contratto il virus. Il checkpoint può abbattere molti ostacoli all’accesso ai test, intercettando molte infezioni precocemente, nella fase acuta. Milano deve allinearsi alle grandi metropoli europee e aprire un vero checkpoint; noi siamo pronti a collaborare». 

Come vede la situazione riguardo al “chemsex”?  

«Il fenomeno si sta diffondendo anche in Italia tra la popolazione omo-bisessuale, anche se i dati sono ancora scarsi. Tante organizzazioni della società civile italiana stanno organizzando iniziative informative per rendere consapevoli le persone e chiarire quali sono i rischi cui ci si espone».  

 

 

 

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