Nelle nuove giungle di Calais tra i migranti fuggiti dall’Italia

In 500 dormono nei boschi senza tende né servizi igienici. «Nel vostro Paese non c’era lavoro, sogniamo Londra»

Sono circa 500 i migranti presenti nelle aree periferiche di Calais: i numeri sono in crescita dopo che il campo di Dunkirk è stato bruciato (FOTO MATTEO MONTALDO PER LA STAMPA)


Pubblicato il 14/05/2017
Ultima modifica il 15/05/2017 alle ore 15:27
INVIATO A CALAIS (francia)

Ci vuole coraggio. Lo riconosci negli occhi di Rehman, nemmeno ventenne. «Ci arriverò, nascosto dentro un Tir o un’auto, ma alla fine riuscirò ad andare in Inghilterra», ripete mentre fiero scruta il cielo grigio della Manica. Calais, tra muri e reti coperte da filo spinato, sembra un vicolo cieco. Eppure per questo giovane pakistano è solo una tappa del viaggio. «Sono in Europa da più di un anno - racconta in italiano -. Ho percorso la rotta balcanica, poi l’Austria mi ha lasciato passare i confini e, dopo Udine, sono stato in un centro di accoglienza nel Foggiano. Non c’era lavoro e ho deciso di andarmene». Ha fatto lo stesso Jafar, 19enne proveniente dall’Afghanistan, ospitato per un anno a Padova e poi scappato in Francia. Vicino a lui il connazionale Aarif si dispera: mostra una lettera di Poste italiane, datata Milano, che conteneva la sua carta ricaricabile andata perduta. Storie dalla fine dell’Europa, a 30 chilometri di mare dalla Gran Bretagna.  

 

(Il nuovo campo dove avviene la distribuzione di cibo da parte delle associazioni, FOTO DI MATTEO MONTALDO)  

 

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«Londra chiama», hanno scritto in inglese con lo spray sopra il graffito del migrante Steve Jobs realizzato da Banksy su un muro di cemento all’ingresso della vecchia Giungla. Di quella «giungla» (dall’afghano dzhangal), che arrivò a ospitare 10 mila persone resta un accumulo di sabbia, alberi spezzati e detriti. È stata smantellata lo scorso autunno per volere del governo francese. Ma i migranti continuano ad arrivare: sono circa 500 i «nuovi esuli» di Calais. Li vedi a gruppetti ai bordi dell’A16 e nella vicina tangenziale che porta al terminal dei traghetti, quella circondata dal muro da 2,7 milioni di euro finanziato dai britannici. Molti di loro, circa 300, si ritrovano in un terreno ancora libero di una zona industriale, a poche centinaia di metri della vecchia Giungla. Al centro i pali dell’alta tensione, sul lato sinistro la boscaglia dove dormono: nessuna tenda, solo sacchi a pelo e coperte. «Non è l’Italia, qui piove sempre», lamenta l’afghano Jafar. Le temperature, anche a maggio, superano di poco i cinque gradi. Se ne percepiscono meno, soffiano forte i venti della Manica.  

 

(Maya Konforti, 62 anni, segretaria dell’associazione L’Auberge des Migrantes, FOTO DI MATTEO MONTALDO)  

 

«Il paradosso è che dopo l’evacuazione i numeri sono diminuiti, ma la situazione umanitaria è peggiorata», racconta Maya Konforti, 62 anni, gli ultimi tre passati a fare la segretaria dell’associazione L’Auberge des Migrante. «All’interno della Giungla c’era un minimo di accoglienza garantito mentre adesso queste persone non hanno letteralmente un posto dove vivere. Stanno tra la boscaglia dove da un momento all’altro potrebbe arrivare la polizia e cacciarli». Accanto a lei, nella «nuova giungla» dell’area industriale, si presenta un giovane con la faccia arrossata: chiede della crema per lenire il dolore. «Guarda come gli hanno ridotto gli occhi con i gas urticanti. Li fanno sgomberare anche così», denuncia Maya, nota tra i migranti come la «mamma della Giungla». Le camionette dei Crs, quelle degli agenti antisommossa, pattugliano la città. E anche nella zona artigianale tengono sott’occhio la situazione. «Siamo andati a processo contro il Comune e la Corte ci ha dato ragione: adesso possiamo distribuire cibo e coperte ai migranti. Ma la polizia ci lascia solo un’ora di tolleranza», dice Maya. Funziona così: verso le 19,30 una decina di poliziotti si avvicina ai furgoni delle associazioni e fa il segno di sgomberare tutti, volontari e migranti. Poco importa se la distribuzione è finita o meno. 

 

(Philippe Mignonet, 53 anni, vice-sindaco repubblicano di Calais. FOTO DI MATTEO MONTALDO)  

 

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L’altra parte della storia la racconta Philippe Mignonet, 53 anni, vice-sindaco repubblicano di questa città costiera di 70 mila abitanti. «Il vicino campo d’accoglienza di Dunkirk, a una trentina di chilometri di qui, è andato a fuoco a metà aprile e ora i migranti stanno tornando a Calais. Dobbiamo evitarlo», dice categorico. «Da otto anni sono in consiglio comunale e il nostro problema, sette giorni su sette, è quello dell’immigrazione. Nell’immaginario collettivo siamo diventati la Lampedusa di Francia e facciamo fatica ad attrarre investimenti», spiega. «Non è chiudendo i confini che si risolve la situazione». Fa buio, i migranti continuano ad arrivare. Sognano Londra. Ci vuole coraggio. 

 

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