L’Oceano, la mia montagna
L’Oceano, la mia montagna
alberto bona
21/06/2017

Ho avuto la fortuna di crescere in mezzo alle barche e a stretto contatto con il mare. Parlo di fortuna, perché sono di Torino e la mia tradizione famigliare è legata alla passione per la montagna. E’ stato mio padre il primo a cercare nuovi orizzonti, e di quello che si vede da una barca a vela si è innamorato. Mi ha insegnato tanto e devo a lui la voglia di navigare. Trascorrevamo l’estate sull’acqua, a spasso per il Mediterraneo, in compagnia di tanti amici accomunati dallo stesso stile di vita. Un giorno tirava l’altro nei naturali riti quotidiani della comunità galleggiante: albe e tramonti si rincorrevano e la vita scorreva con semplicità. Per noi ragazzi era vivere una libertà sconfinata. Poi si ritornava a casa, si ricominciava ad andare a scuola e in breve tempo si riprendevano le consuete abitudini cittadine. Forse riuscivamo a riadattarci solo perché sapevamo che a un certo punto sarebbe tornata l’estate. 

 

Non appena è stato possibile ho cercato di eliminare dalla mia vita quel lungo momento di assenza dal mare. Ho cominciato a lavorare sulle barche e a regatare. Non so spiegarmi bene il motivo, ma a un certo punto l’idea di correre con le barche mi ha conquistato, anche se non ho mai avuto davvero l’indole del competitivo. Probabilmente hanno agito in me la necessità di trovare un qualche riconoscimento sociale, il bisogno di non sentirmi troppo vagabondo e anche il desiderio di condividere con altre persone i valori e la passione che mi spingevano verso una vita sul mare. Ho anche preso una laurea in filosofia, e poi un master, tra una pausa e l’altra a terra, ma il mare mi richiamava continuamente a sé. Non sono mai riuscito a dedicarmi completamente allo studio, a trovare la mia strada in mezzo ai libri. Il Pensiero dei grandi uomini mi affascina e mi accompagna nella scelta di una vita dedicata a navigare. L’introversione che necessita il pensiero mi spaventa: è un luogo che può diventare scuro, che in un certo senso richiede di sacrificare l’azione e la vitalità. Al contrario, per vivere a stretto contatto con la natura e con il mare, servono istinto e volontà di agire nel presente, nell’immediato. Amo la competizione anche per questo: la bellezza di fare, di prendere decisioni, di rischiare, senza troppi vincoli imposti dalla nostra dimensione razionale, più consapevole, imbastita di abitudini. 

 

Ho incominciato molto presto a correre sulle barche nelle regate d’altura, regate, cioè, dove per giorni non si scende a terra. La prima regata oceanica è arrivata a diciannove anni, in equipaggio. Mi faceva paura, l’Atlantico, e allo stesso tempo mi attraeva. In questo tipo di regate c’è tutto quello che cerco nella competizione: la preparazione della barca, la tecnica, la strategia. e soprattutto la natura sovrana. Solo dopo c’è l’uomo e lui deve prepararsi, mente e corpo, che poi sono la stessa cosa. Sta qui la vera sfida. 

Nel 2010, a ventitré anni, ho iniziato a navigare su una barca molto piccola, il Mini 6.50, con l’idea di attraversare l’oceano in solitario e in regata. Scafi plananti, sovra invelati, capaci di percorrere l’oceano in 13 giorni. Le regole sono semplici: un uomo, una barca, lAtlantico da attraversare. La decisione era presa: sarei stato sulla linea di partenza della prossima edizione. Nel frattempo arrivavano anche le prime soddisfazioni: la vittoria del campionato italiano e quella della prima regata internazionale a Barcellona. Poco dopo mi ritrovo a Douarnenez, alla partenza della Minitransat 2013. E’ stata anche l’occasione per conoscere un mondo nuovo, la Bretagna, una vela completamente diversa. Un mondo relativamente chiuso, con poco spazio per chi viene da fuori. Lì sei lo straniero, “il mediterraneo”. E sei straniero due volte, perché qui gli italiani di quel mondo non sanno niente. E’ un modo di vivere la vela che da noi non esiste, per certi versi quasi smitizzante. il Fastnet, ad esempio, che si corre anche con i Mini 6.50. Il mitico scoglio. il faro simbolo per i navigatori. Macché! Uno via l’altro e quando si arriva si pensa già alla prossima regata. La prima volta arrivare lassù, da “mediterraneo”, mi ha regalato davvero una grande emozione. Girare il faro in terza posizione davanti a quasi tutti i “local” francesi ha liberato completamente il mio lato competitivo; il veleno agonistico era entrato in circolo. A conti fatti, ho imparato tanto da quelle parti. 

 

Nel 2013 dunque ho fatto la Minitransat e sono arrivato dall’altra parte, nel nuovo continente, dopo una lunga regata di 4.000 miglia senza scalo. Non è stata una Minitransat come le altre. A causa di condizioni atmosferiche particolarmente avverse dopo la partenza ci siamo ritrovati in Spagna e il comitato di regata ha deciso di annullare la prima tappa della regata. Al briefing che ne è seguito ci hanno fatto due proposte: annullare la regata o andar via diretti, “direct”, senza il consueto scalo alle Canarie. Non era mai successo prima di fare una regata così lunga con barche così piccole. Ricordo che con gli altri skipper ci siamo guardati frastornati, non sapevamo cosa pensare: certo, la traversata dell’Atlantico si può fare anche a remi, a bordo di piccoli catamarani in cerca del record, probabilmente anche a nuoto, ma correre una regata è diverso: tirare al massimo una piccola barca di sei metri, in mezzo ad altri che vogliono arrivare prima di te, senza dormire per giorni e nella solitudine più totale; solo chi l’ha provato sa che cosa vuol dire. Dopo 25 giorni di oceano ho tagliato la linea di arrivo in Guadalupa al quinto posto su cinquantatré barche, il secondo italiano di sempre a entrare nella top 5 di questa regata e vale tutt’ora. All’arrivo ero felice: “So che cosa voglio fare da grande”, pensavo. 

 

Gli anni seguenti ho continuato a navigare sui Mini nella classe dei prototipi. L’idea era di prendere una barca esistente per migliorarla, comprenderne i fondamenti progettuali e continuare a fare esperienza nel campo della costruzione con materiali compositi ad alta tecnologia. Ho collaborato con l’Università di Ingegneria nautica della Spezia e un giovane gruppo di progettisti: sono stati anni di duro lavoro e di formazione. Purtroppo ci sono mancati tempo e denaro per fare le cose bene. È stato un periodo molto difficile, in parte di disillusione: eravamo un team di giovani appassionati che avevano un progetto sostenuto dall’università e nessuno ci dava una mano. Ricordo con grande amicizia il preside della facoltà, l’ammiraglio Dino Nascetti, che ha sempre creduto in tutti noi. Anche se il lavoro non era finito il prototipo ITA 756 cominciava ad andare forte e con lui sono riuscito a chiudere nel 2016 una bella stagione, portando a casa un secondo posto alla regate delle Azzorre. 

 

Oggi, grazie all’aiuto di alcune persone, ho un buona barca a disposizione, un Class 40, un monoscafo oceanico di 12 metri. Ho vinto la prima regata della stagione, la Roma x1 in solitario. Voglio correre la Transat Jaques Vabre, che parte il prossimo novembre dalla Francia, una regata che arriva in Brasile, la più lunga regata transatlantica esistente. Per il futuro il sogno è correre con un Imoca 60 la leggendaria Vendée Globe, il giro del mondo in solitario senza scalo e assistenza, l’Everest dei navigatori oceanici, la mia montagna.