Brunod e Champrétavy, la rincorsa dei figli delle stelle

Mathieu Brunod poche settimane fa ha esordito nella Coppa del Mondo di trail


Pubblicato il 22/06/2017
Ultima modifica il 22/06/2017 alle ore 16:45
aosta

Figli. Di Bruno Brunod, Mathieu; di Ettore Champrétavy, Fabien. Che vivono di pietra e corsa, come i padri. Ragazzi fortunati, non hanno bisogno di esempi, di poster da attaccare sui muri, loro seguono i padri. Bruno Brunod: «Io quando avevo 20 anni, l’età di Mathieu, ho letto un libro su Fausto Coppi e me ne sono innamorato. La mia fatica avrebbe dovuto diventare la bicicletta, questo mi son detto». Non è andata così, dopo tre anni è sceso dal sellino in cui stava come un forsennato e ha cominciato a correre. Prati, sentieri, pascoli e montagne. «Ma allora era quasi una vergogna portare via tempo al lavoro e impiegare la fatica per correre. Dovevo nascondermi - dice Bruno (54 anni) - . Oggi siamo all’estremo posto. Sono qui che lavoro e vedo passare gente con gli zainetti che corre. Tutti corrono, non fanno altro, pare».  

 

 

MARFOG

(Ettore Champrétavy e il figlio Fabien)  

 

Mathieu con i suoi 20 anni fa altro. Tira su muri in pietra, scoperchia e rifà tetti in lose con il papà. Sono lì, uno accanto all’altro, a cavalcioni sui travi di una casa della Valtournenche lungo la strada per la conca di Cheneil. Sono appena tornati da un «giretto». Mathieur: «Siamo qui da un’ora. Questa mattina verso le 7 siamo andati su al Grand Tournalin e adesso al lavoro». Bruno saliva di notte verso lo Zerbion, fra sentieri e canali sopra Châtillon. Fatica nascosta prima di arrivare in cantiere, magari per sentire gli sfottò dei colleghi per quella faccia un po’ tirata. A forza di correre è finito in cima al mondo, nel senso della classifica degli sky runner, i corridori del cielo. E in cima al mondo ha provato a salirci davvero, quando soltanto il freddo gli ha impedito di correre fino agli 8848 metri dell’Everest. Quest’anno ci è arrivato due volte il catalano Kilian Jornet Burgada che è diventato amico di Bruno, dopo essere stato un suo fan. «In camera mia avevo un poster di Bruno. Dopo aver seguito le sue imprese ho cominciato a correre», dice Kilian. 

 

Mathieu vuole inseguirli. Prima di tutto papà Bruno. È riuscito a qualificarsi per le gare di Coppa del Mondo del trail. «Sono andato in Spagna, mi sono piazzato 60° su 400. Insomma... ma è un inizio. Vorrei puntare in alto. In salita vado bene, in discesa ho qualche difficoltà. Mi piacerebbero la gare da cento chilometri, magari anche il Tor». Fabien, che ha 3 anni di meno, invece dice: «Il Tor? Ma no, magari quando sarò vecchio» ride. Anche lui, leggero com’è, sfida la gravità e sale come non avesse peso. Gli piace il chilometro verticale. Come papà Ettore (55), che dice: «Bruno era un campione, io facevo del mio meglio. C’era la famiglia, il lavoro prima di tutto. Però... guardavo i miei tempi sul chilometro verticale, sa che sono buoni ancora oggi? Non ero poi così male». 

 

Bruno dice a Mathieu come alimentarsi, come dosare le energie, lui che è sempre andato al massimo. Mathieu: «Mi dice anche di andare a far festa. Vuol dire che bisogna prendersi delle pause, anche di testa». Fabien e Mathieu concordano su una cosa: «Ci divertiamo da matti a correre. Soprattutto in salita». Passione, quella di cui parla sempre Bruno. Ettore ha una sorta di codice che ha sempre seguito e che passa come testimone al figlio e a chi vuole correre in montagna. Eccolo: «Lo sport è divertimento. Emozioni per te e gli altri. La strada per la vittoria è lunga e faticosa, ma la vera vittoria è gestire al meglio la fatica. È di grande soddisfazione. Infine, bisogna allenarsi per imparare anche a perdere. E chi vince deve pensare e comprendere chi ha lasciato dietro di lui». La montagna è il fil rouge che lega padri a figli e i due ragazzi, Fabien e Mathieu. Arrampicate, falesia, corsa, sci e sci alpinismo. Roccia e neve. I loro padri hanno corso sulle creste, oltre che sui sentieri e nelle gare. Hanno sfidato loro stessi. 

 

Fabien: «Mi alleno molto. Mi piace. Il futuro? Cerco di prepararmelo al meglio. Lo faccio seriamente. E mi piace anche il biathlon. Devo anche studiare, farà il 4° anno delle superiori». Mathieu ha cominciato a correre scrollandosi di dosso quella sorta di indolenza, di fastidio che provava. «Non sopportavo la fatica - dice -. Adesso è la mia compagna. Quando sono un po’ stressato penso “vado a correre”. E penso ai paesaggi che vedrò e attraverserò. Correre mi fa pensare alla bellezza e mi fa sentire bene». Di lui Bruno dice: «Ha un bello stile, meglio di quanto avevo io». Ettore Champretavy: «Noi eravamo dei pionieri, non avevamo tanti avversari, adesso la competizione è forte. Ma, come dicevo, l’importante è emozionarsi, faticare con divertimento. Fabien - conclude - lo sa bene. E psicologicamente è già pronto». Figli. Di padri che sanno guidare l’ambizione di amare la propria strada, anche di corsa.  

Scopri La Stampa TuttoDigitale e abbonati

home

home

La Stampa con te dove e quando vuoi