Federica Pellegrini: “Sono una donna da colpi di scena. E non sono finiti”

La star del nuoto prepara l’ottavo mondiale: «Pensare che volevo fare l’archeologa»


Pubblicato il 13/07/2017
Ultima modifica il 13/07/2017 alle ore 13:13

Federica Pellegrini arriva ai Mondiali di Budapest sui tacchi: è l’unica atleta ad avere sei medaglie di fila nella stessa specialità, gli amati 200 stile libero. Dal 23 luglio sarà in acqua per la competizione che preferisce e che ha sempre vissuto pericolosamente. Con noi ripercorre debutto e podi abbinando le sue passioni: il nuoto e le scarpe.  

 

Esordio nel 2003, da staffettista. Cosa mette ai piedi?  

«Infradito basiche, ricordo mio padre che bussa alla porta perché sa che non sempre riesco ad alzarmi in tempo. E la febbre». 

 

Nel 2005 invece il magone.  

«Sì, un argento che mi ha resa furiosa. Adesso lo considero il giusto, allora valeva una ciabatta con calzino a vista, orrore». 

 

 

Nel 2007 il record del mondo.  

«Un assaggio di felicità e una scommessa vinta. Avevo cambiato tutto, ho preso il record alla Van Almsick, il mio idolo. Sentivo che dovevo essere io a batterlo. Poi il bronzo andava benone. Direi Mondiale da décolleté classico, elegante». 

 

 

A Roma l’apoteosi?  

«Certo e lì la scarpa è d’obbligo: il primo tacco 11, me lo ha regalato mio padre, un sandalo pazzesco come quel Mondiale perfetto con doppio ori e doppio record». 

 

 

Arrivati dopo i Giochi di Pechino, con il successo nei 200 sl e lo strazio nei 400. Ci pensa ancora?  

«Molto, però quell’Olimpiade mi rappresenta. Il nuoto non è matematica e io sono una donna da colpi di scena. Ho fatto appassionare la gente anche perché mi è capitato di scappare dal blocchetto con gli attacchi di panico». 

 

Per qualcuno erano atteggiamenti da diva.  

«Se avessi finto sarei stata una diva da Oscar». 

 

Torniamo alle scarpe, siamo al 2011, la conferma dei titoli.  

«Il Mondiale più sereno: poteva cascare il mondo e non mi sarei spostata di un centimetro. Qui un bel tacco vertigine swaroskato, da vera rocker scatenata». 

 

Adatto anche alla love story con Magnini che inizia lì.  

«Una bella bomba, ma al di là di tutto il caos che si è creato perché sono passata da un fidanzato all’altro, ed entrambi stavano in nazionale, è stata un’estate davvero divertente. Con festone finale». 

 

Il 2013 si presenta dopo i difficilissimi Giochi di Londra.  

«Una rivalsa e un argento inaspettato come un paio di Louboutin. Rare e preziose». 

 

Nel 2015 c’è il podio con la 4x200, inseguito per anni.  

«E chissà quando ci ricapita. Scelgo delle Blahnik, se ne vedono poche nella vita». 

 

 

Il progetto staffetta si è perso?  

«Non esiste proprio, io non so di chi è colpa ma la situazione è lì da vedere. Nella 4x100 dei ragazzi c’è un tecnico che coordina, sceglie, loro si trovano e lavorano insieme. Per noi il caos. Sono delusa, speravo che la fame ci spingesse invece siamo rimaste un’onda anomala». 

 

In quel Mondiale Paltrinieri ha vinto l’oro nei 1500 metri, allenato da Morini che lei ha licenziato dopo pochi mesi.  

«Il Moro è cambiato tanto. Crescere un atleta suo da zero lo ha reso sicuro. Con me è stato catapultato in un mondo che, senza abitudine, era difficile gestire». 

 

I suoi podi sono arrivati 32 anni dopo quelli di Novella Calligaris e ora all'orizzonte non si vede nessuna erede. Perché?  

«Tra gli uomini ormai c’è un ricambio continuo, ma noi ragazze mi sa abbiamo pagato il fisico. Di media le italiane sono piccole e si scontrano con rivali corazzate. Io dico grazie al papà parà». 

 

Perché continuano ad attribuirle flirt con il suo allenatore?  

«Perché è facile, fin troppo comodo. Hanno tante foto con noi, come è naturale, tagliano pure gli altri dall’inquadratura e poi Matteo (Giunta) è figo quindi si presta al gossip ideale». 

 

 

Invece come va con Magnini?  

«Come prima, no comment. La mia vita privata è in pausa e comunque ora è più privata che mai. Ma non sto nascondendo nulla, c’è solo nuoto. Sto ferma e aspetto di capire». 

 

Le rivali dei primi Mondiali, come Manaudou, sono tutte mamme. Al secondo figlio.  

«Congratulazioni. Per me c’è tempo, credevo di essere quasi arrivata lì poi, dopo la batosta a Rio, ho deciso che non volevo smettere e semplicemente l’orizzonte è cambiato. Voglio una famiglia e l’avrò, al momento giusto». 

 

Davvero vuole gareggiare fino a Tokyo 2020?  

«Non sono una pazza che crede di vincere i 200 stile alle Olimpiadi a 32 anni, ma sarebbe la mia quinta volta ai Giochi e ci terrei. Magari ci vado da staffettista, magari poi decido di smettere però non pensare a un quadriennio intero nel mio sport non avrebbe senso». 

 

Da Budapest che scarpe vuole portare via?  

«Fossero da podio non sarebbe male. Ma mi aspetto che siano tutte lì e come avete visto la scorsa estate si gioca sui centesimi». 

 

La padrona di casa in Ungheria, Katinka Hosszu, invita i colleghi a unirsi in un sindacato per contare di più. Che risponde?  

«Della politica non me ne frega nulla. Lei protesta perché in Coppa del mondo hanno limitato il numero di gare. Problema suo». 

 

Per cosa bisogna protestare?  

«Per il doping. Continuo a vedere situazioni umanamente impossibili a meno che tu sia venuto da Marte. Avessi prove farei i nomi, però ho l’esperienza per vedere i risultati strani». 

 

Scenda dai tacchi, esca dall’acqua. Se non fosse diventata una campionessa chi sarebbe oggi?  

«Da piccola volevo fare l’archeologa. Tutt’altre scarpe...». 

 

 

 

 

 

 

 

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