Ecco perché i training cognitivi non potenziano le nostre capacità mentali


Pubblicato il 26/07/2017

Un cervello agile e in forma, che non mostra segni di invecchiamento: è questa la promessa del «brain training», anche chiamato training cognitivo o ginnastica mentale, spesso suggerito per contrastare il decadimento cognitivo che tutti siamo destinati a sperimentare con l’età. Un cervello attivo, ripetono da tempo i neurologi, aiuta anche a rallentare la comparsa dei sintomi tipici delle demenze e dell’Alzheimer come la perdita di memoria. 

 

Non c’è, tuttavia, consenso sulla reale efficacia di questi programmi. Molti studi mostrano come essi si limitano a potenziare unicamente le abilità di volta in volta esercitate dall’allenamento, quindi la memoria, l’attenzione, la percezione, le abilità di navigazione o di orientamento spaziale e così via. E non estendibili dunque ad altre abilità. Come allenarsi a sciare non può risultare in un miglioramento nel nuoto.  

 

Secondo un recente studio americano, inoltre, l’efficacia di giochi e test risentirebbe pesantemente dell’effetto placebo e i benefici osservati potrebbero quindi essere il frutto della nostra mente (la suggestione) più che dell’allenamento vero e proprio. Tutti concordano che servono ricerche rigorose contro le false promesse. 

 

In molti ricorderanno il caso di Lumosity, programma per il quale l’azienda Lumos Labs è stata costretta lo scorso gennaio a pagare una multa di 50 milioni di dollari, poi ridotta a 2 milioni, alla Federal Trade Commission per «pubblicità ingannevole dei benefici del proprio programma» di brain training.  

 

Proprio l’efficacia di Lumosity nel migliorare le capacità di controllo sulle scelte impulsive e rischiose è stata analizzata da uno studio apparso sulla rivista Journal of Neuroscience condotto da due neuroscienziati dell’Università della Pennsylvania, Joseph Kable e Caryn Lerman, motivati dalla necessità di prove reali, rigorose e complete dell’efficacia del training cognitivo. 

 

Un buon controllo degli impulsi è quanto ci consente, ad esempio, di optare per un consistente vantaggio futuro, scartando la ricompensa immediata. Per farlo, sono necessarie alcune regioni cerebrali, come la corteccia prefrontale dorsolaterale, associate anche alle funzioni esecutive, le stesse allenate dal brain training. 

 

Quindi, l’allenamento di queste ultime dovrebbe avere delle conseguenze anche sui processi decisionali. I ricercatori hanno sottoposto 64 giovani adulti a un programma di sessioni giornaliere di 30 minuti 5 volte a settimana per 10 settimane con Lumosity; per altrettanti giovani adulti il programma prevedeva invece dei comuni videogiochi online.  

 

Al termine del periodo, ne hanno testato le prestazioni, come anche le capacità decisionali, e hanno controllato con la risonanza magnetica gli effetti dell’allenamento in termini di capacità del controllo degli impulsi. Il verdetto è: «Il programma di training cognitivo Lumosity non ha alcun effetto sui processi decisionali o sull’attività cerebrale dei giovani adulti». 

 

Quanto al miglioramento delle prestazioni, c’è stato, ma identico nei due gruppi e, spiegano gli autori, è semplicemente il frutto della pratica. Nessun dubbio invece sulla necessità di impegnare il nostro cervello in attività stimolanti, come scudo protettivo per fronteggiare e ritardare la comparsa di malattie neurodegenerative. 

@nicla_panciera  

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