Malattia di Lyme, così il morso di un parassita può distruggere la vostra salute

Terapia antibiotica come rimedio. Ma soprattutto rimuovere l’animale dalla cute. Ecco i farmaci consigliati


Pubblicato il 07/08/2017
Ultima modifica il 07/08/2017 alle ore 07:27

Cosa fare immediatamente dopo la puntura di una zecca? Innanzitutto è fondamentale rimuovere l’animale il prima possibile e correttamente (ovvero tirandola dolcemente con una pinzetta, senza schiacciarne il corpo e senza toccarla a mani nude. Se la bocca dell’animale resta adesa, va rimossa con un ago sterile). Per il trattamento antibiotico, invece, è meglio aspettare, almeno secondo le linee guida dell’Infectious Diseases Society of America e dell’American Academy of Pediatrics, ai fini di evitare lo sviluppo della malattia di Lyme, una malattia su base batterica che, come ammonisce uno studio pubblicato lo scorso anno su Nature, è sempre più diffusa in Europa a causa dei cambiamenti climatici globali, e in Italia presente soprattutto nel Nord-est.  

 

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«La malattia di Lyme non è comunque l’unica malattia trasmessa da zecche. La zecca del bosco, per esempio, la stessa che trasmette la malattia di Lyme, in alcune zone è in grado di trasmettere anche l’encefalite da zecca (una malattia virale), mentre la zecca del cane, soprattutto nell’Italia meridionale e insulare, può trasmettere la Rickettsiosi, anche conosciuta come febbre bottonosa del Mediterraneo. Anche in questo caso la sintomatologia è simil influenzale e in un basso numero di casi, la malattia è letale nelle persone con precarie condizioni di salute» precisa il dottor Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive parassitarie e immunomediate dell’istituto Superiore di Sanità.  

 

Lo specialista tiene anche a sottolineare come al momento: «Non esiste ancora in Europa, purtroppo, un vero e proprio sistema di sorveglianza della malattia di Lyme, per cui le dimensioni del fenomeno sono al momento difficili da quantizzare». 

 

Vediamo come si sviluppa la malattia di Lyme  

Se la zecca responsabile della puntura contiene nel suo intestino il batterio Borrelia in circa un 5% di casi vi è la possibilità di ammalarsi di tale malattia: quando la zecca punge (e lo fa in maniera indolore in un 70% di casi), resta adesa alla cute per poter succhiare il sangue e gli occorrono 12 ore per digerire il sangue umano e riversare i prodotti della digestione e quindi anche la Borrelia, nel circolo ematico dell’ospite. 

 

Ecco perchè il rischio contaminazione è nullo se si stacca la zecca dalla cute prima delle 12 ore dal momento della puntura e massima se non si stacca entro le 36 ore. Una volta staccata la zecca, piuttosto che assumere l’antibiotico bisognerebbe monitorare il paziente per 30-40 giorni.  

 

Gli esami di laboratorio, almeno immediatamente dopo la puntura, non sono di supporto per fare diagnosi di malattia di Lyme poiché nelle 4-6 settimane successive alla puntura, la ricerca nel sangue degli anticorpi antiborellia risulta negativa in ogni caso. «Esami più sofisticati, di tipo molecolare, non sono praticati di routine e non sono probabilmente utili nel periodo asintomatico» commenta ancora il dottor Rezza.  

 

Eritema migrante e non solo  

Se nei 30-40 giorni successivi alla puntura si nota lo sviluppo del cosiddetto eritema migrante, ovvero di una lesione cutanea arrossata di forma anulare, più chiara al centro, con un diametro che può raggiungere anche i 10-50 cm e comparire, migrando, anche su altre parti del corpo, febbre superiore a 38°, mal di testa, astenia, è indispensabile iniziare subito il trattamento antibiotico con somministrazione o di doxiciclina 100 mg due volte al giorno o di amoxicillina 500 mg 3 volte al dì per 10-21 giorni.  

 

Se l’infezione è più grave e produce complicanze di solito si passa alla somministrazione di ceftriaxone per via endovenosa o intramuscolo alla dose di 2 g. al giorno in presenza di artrite per 14 giorni oppure in caso di cardite la terapia si prolunga per 21 giorni o per 30 giorni in caso di complicanze neurologiche. 

 

Cosa succede se non si fa diagnosi della malattia  

Se non si fa diagnosi della malattia in maniera tempestiva e quindi la malattia stessa ha modo di cronicizzare, la risoluzione della sintomatologia diventa davvero difficile. A tale proposito uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha tentato di capire se un trattamento antibiotico sul lungo termine può migliorare le condizioni di tali pazienti che nello studio in questione, hanno ricevuto per bocca un ciclo di 12 settimane di doxiciclina, claritromicina e idrossiclorochina o placebo e tutti in precedenza, avevano ricevuto ceftriaxone per via endovenosa.  

 

Dai risultati di questo studio sembrerebbe che in caso di sintomi persistenti legati alla malattia di Lyme, un trattamento antibiotico sul lungo termine non dona effetti benefici aggiuntivi sulla qualità della vita, rispetto a quanto si può ottenere con un trattamento antibiotico a breve termine.  

 

È bene ricordare che curare una volta anche con successo la malattia di Lyme non produce immunità e quindi se si viene punti di nuovo vi è sempre la possibilità di sviluppare la malattia di Lyme; se non si fa diagnosi tempestiva o se il trattamento antibiotico non produce guarigione la malattia cronicizza con la comparsa di alterazioni a carico dell’apparato muscolo scheletrico, del sistema nervoso centrale e periferico, alterazioni sensoriali, comportamentali e dell’apparato cardiovascolare.  

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