Il Trono di Spade è la serie tv migliore degli ultimi anni?


Pubblicato il 07/08/2017
Ultima modifica il 07/08/2017 alle ore 17:49

«Shall we begin?» Alla fine della prima puntata della settima stagione de Il Trono di Spade, dopo un crescendo continuo di stacchi, cambi, sprazzi di città e di cittadelle, appare Daenerys Targaryen, bellissima e terribile, i capelli biondi e gli occhi chiari, il viso serio, quasi imbronciato, che si piega sulle ginocchia, sfiora la terra di Dragonstone e si avventura per prima sulle lunghe scalinate. «Shall we begin?», chiede quando, superata la sala del Trono, si ferma dietro al tavolaccio del salone, e guarda Tyrion Lannister, la sua Mano, il suo Primo Consigliere. Cominciamo? 

 

Non è stata la prima volta che Daenerys ha detto questa frase. L’aveva fatto anche alla fine della scorsa stagione, parlando sempre con Tyrion, ma dall’altra parte del mondo, a Essos. «Shall we begin?» Sempre le stesse tre parole, sempre lo stesso tono e la stessa posa marziale. Una messa in scena quasi teatrale, con i suoi spazi e i suoi tempi, che gioca con i silenzi – durante la puntata di cui parlavamo prima, durante la sequenza a Dragonstone, non si sente nemmeno la musica, tranne che per qualche leggerissimo riverbero di coro – e che gioca con i primi piani. Poi c’è l’azione, certo. Anche e soprattutto quella. Com’è successo stanotte durante la quarta puntata. Cavalieri contro fanti, draghi contro balestre giganti, una Regina che reclama il suo regno e un Lord che prova a impedirglielo. E chi vince? 

 

Si regge tutto su questo, Il Trono di Spade. Su domande che, prima o poi, trovano la loro risposta. Su dubbi, su curiosità. Sulla capacità straordinaria di appassionare i propri telespettatori – che sono ovunque, in tutto il mondo, e che non si fanno nessun tipo di scrupolo nello scaricare illegalmente, puntata dopo puntata, lo show. C’è il passaparola, dopo ogni episodio. L’hai visto? Che ne pensi? E secondo te, adesso, che succederà? David Benioff e Dan Weiss hanno fatto centro: hanno trovato la giusta formula per non cedere alla commercialità, pur riuscendo a mantenere alta l’autorialità. Hanno preso un fantasy – uno dei migliori, forse, scritti negli ultimi anni – e ne hanno fatto la loro El Dorado: trasformando in oro qualunque cosa, qualunque scena, storia, e qualunque personaggio. Anzi, soprattutto quelli. Ci sono le fazioni, adesso. Pro o contro Cersei, per esempio. O pro e contro Daenerys. Ci sono i fan di Jon Snow, quelli della piccola Lady Mormont, e quelli che si sono velocemente innamorati di Euron Greyojoy, il nuovo cattivo, l’erede, dicono, di Ramsay Bolton.  

 

Ognuno di questi personaggi è riconoscibile, ha un suo carattere, una sua fisionomia – un suo che. E non ci sono né buoni troppo buoni, né cattivi troppo cattivi. George RR Martin, il creatore de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, voleva raccontare l’umanità in tutte le sue sfaccettature, e quindi eccoci qui, a Westeros, tra una faida shakespeariana, una guerra che ricorda quella del Belgio, lunga decine e decine di anni, e una magia che sa di proibito, mistico e indecifrabile. «È il gioco del Trono», si ripetevano fino a qualche stagione fa i vari protagonisti. Un gioco in cui si vince o si muore – e si muore parecchio.  

 

Non hanno senso, come sempre, quelli che azzardano assolutismi celebrativi e affibbiano a Il Trono di Spade il titolo di capolavoro. Ma non hanno senso nemmeno le critiche di quelli che si ostinano nel non voler accettare il fatto – perché è un fatto – che questa sia una delle migliori serie tv degli ultimi anni, lontana da qualunque cosa, crocevia non solo di idee, ma pure di qualità, di azzardi produttivi, di scelte stilistiche, di un nuovo modo, molto più organizzato, di intendere l’intrattenimento. È un evento, Il Trono di Spade. Ma un evento di sostanza, senza confusione inutile. Un evento in cui si cercano, e qualche volta si trovano, le risposte. Un evento che racconta, che mette in fila, che descrive. Che guarda al futuro. Alta letteratura? Oddio, no. La letteratura è un’altra cosa. Ma sicuramente è alta televisione, con un’ottima scrittura e un’idea ancora più buona, forse, alla base: usare il genere per raccontare qualcos’altro.  

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