La Nord Corea risponde alle sanzioni: “Pronti a dare una dura lezione agli Usa”

REUTERS

Il leader di Pyongyang, Kim Jong-un


Pubblicato il 08/08/2017
Ultima modifica il 16/08/2017 alle ore 02:30
new york

Una pioggia di fuoco si abbatterà sull’America. È questo, in sintesi, l’anatema lanciato da Kim Jong-un nei confronti degli Stati Uniti rei di aver orchestrato «il complotto» che ha portato due giorni fa all’adozione della risoluzione 2317 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che vara una stangata economica senza precedenti nei confronti del regime nordcoreano. 

 

«È una manovra frutto di un odioso complotto degli Usa per isolare e soffocare Pyongyang, ma non costringeranno mai il Paese a trattare sul suo programma nucleare», avverte il giovane leader in un comunicato diffuso dall’agenzia di stato, Kcna. «Gli Usa pagheranno caro per gli odiosi crimini commessi contro il governo e il popolo», prosegue Kim, precisando che Washington «non potrebbe fare errore più grande di pensare che la sua terra sia sicura al di là dell’Oceano». 

 

 

Ed ecco allora che il dittatore parla di una vendetta «mille volte più grande» rispetto all’offesa subita e che potrebbe arrivare proprio dall’alto con quegli stessi missili intercontinentali Icbm che il regime ha sperimentato già due volte dal 4 luglio. Vettori in grado di poter arrivare sino alla costa orientale degli Usa e che, secondo il delirio bellico di Kim, causeranno la pioggia di fuoco che si abbatterà sull’America. In realtà la roboante reazione del regime nasce non tanto dalle sanzioni seppur pesanti visto che paralizzano un terzo dell’export nordcoreano per circa un miliardo di dollari. Ma perché questa volta a sottoscriverle sono state anche la Russia ma soprattutto la Cina che in passato si erano distinte per una sistematica reticenza a varare misure troppo pesanti nei confronti di Pyongyang in seno al Cds.  

 

Donald Trump si è consultato al telefono con l’omologo di Seul Moon Jae-in: in una dichiarazione congiunta i due leader hanno affermato che il regime di Kim «rappresenta una crescente minaccia, seria e diretta, contro gli Stati Uniti, la Corea del Sud e il Giappone, così come contro gran parte dei Paesi nel mondo». E su Twitter, il presidente si dice «molto felice e impressionato dal voto 15-0 alle Nazioni Unite», facendo riferimento all’adozione all’unanimità della risoluzione sulle sanzioni. Da Manila, a margine del forum Asean, il ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi esorta Kim a rispettare le risoluzioni Onu, a cessare le provocazioni e i test. Il collega nordcoreano Ri Yong Ho replica assicurando che Pyongyang «è pronta a dare agli Usa una severa lezione». 

 

Ri precisa che il suo Paese non vuole usare le proprie armi nucleari contro nessuno «eccetto gli Usa», a meno che qualcun altro non si unisca all’iniziativa americana. La controreplica di Rex Tillerson è immediata: il segretario di Stato americano spiega come la migliore dimostrazione di volontà al dialogo da parte della Corea del Nord è quella di interrompere i lanci missilistici. Poi, «quando le condizioni saranno accettabili, potremo sederci e dialogare sul futuro» del Paese. Nel frattempo ad esortare un ritorno al dialogo è invece il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il quale subito dopo l’incontro con Tillerson sempre a Manila spiega che Mosca è «pronta a normalizzare il dialogo», purché anche da parte di Washington ci sia la volontà di rinunciare alla linea di un «confronto» muscolare. 

 

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