Al rhum o alla bottarga, l’anguria che non ti aspetti

Un frutto in apparenza banale adesso ispira i grandi chef. E da Caravaggio a Bertolucci emoziona anche gli artisti


Pubblicato il 08/08/2017
Ultima modifica il 08/08/2017 alle ore 07:32

Anche se i suoi colori sono quelli del bandiera italiana, quanto al nome questo frutto divide più che unire il nostro Paese: al Nord si chiama «anguria», al Centro «cocomero» e al Sud «melone d’acqua» (che rimanda al francese «melon d’eau»). Dappertutto però è il simbolo dell’estate. 

 

La sua polpa ricca d’acqua (ne contiene più del 90%), soprattutto se fresca, è un dissetante naturale, di cui è difficile fare a meno sotto la canicola. Anche per questo un tempo alle periferie delle città fiorivano d’estate i chioschi dove si vendevano le angurie e dove ci si poteva sedere la sera per mangiarne una classica fetta. Oggi, un po’ come le lucciole di pasoliniana memoria, i cocomerai sono quasi scomparsi dalle strade e con loro quei cartelli con i prezzi scritti a mano che non erano, a differenza delle angurie, mai tondi: per dare l’illusione dello sconto finivano sempre per 9 (0,59 euro oppure 199 o 299 lire al chilo, quando ancora c’erano le lire). Nelle città del Nord arrivano dalla Puglia, e in particolare dal Brindisino, Tir pieni di angurie e negli Anni 60 a Torino uno dei passatempi degli immigrati meridionali era assistere al mercato di Porta Palazzo alla colorita asta del frutto. Altri tempi. Oggi le angurie si comprano al supermercato, ma che siano tonde oppure ovali, a tinta unita oppure striate, il segreto per capire se sono buone o meno è sempre quello di «bussare» alla loro corteccia. Se il suono è profondo (qualcuno dice come quello di un violoncello), il frutto è maturo, se è acuto e «vuoto», potrebbe non essere buono.  

 

Sull’origine dell’anguria il dibattito è ancora aperto: sono quasi tutti d’accordo sul fatto che provenga dall’Africa, ma c’è chi dice sia arrivata in Europa ai tempi delle crociate e chi dice che già i romani e i greci e soprattutto gli antichi egizi la conoscessero (anche se il nome scientifico di citrullus lanatus è recente). Non si sa di sicuro neppure quando il frutto sia arrivato in Asia, anche se si sa che oggi la Cina è il primo produttore mondiale, mentre l’Italia era fino a qualche anno fa al 25° posto nel mondo. 

 

Il fascino dell’anguria ha attraversato letteratura, cinema e arte. Per il cinema italiano quasi un’infatuazione ci fu intorno agli Anni 70. Basti pensare a una delle scene clou di «Dillinger è morto» di Marco Ferreri, dove Michel Piccoli nel cuore della notte si alza per portare ad Annie Girardot un’anguria, oppure alla «Strategia del ragno» di Bernardo Bertolucci (1970), tratto da un racconto di Borges dove Alida Valli propone un’anguria a Giulio Brogi che va a trovarla per saperne qualcosa di più del padre «eroe» partigiano. In «Ecce bombo» (1978) di Nanni Moretti il gruppo di Michele Apicella si ferma da un cocomeraio, invece di andare a trovare Olga, un’«amica che sta male». E nell’arte l’anguria è protagonista di un numero infinito di nature morte, da Caravaggio a Matisse e Guttuso passando per i bodegon spagnoli, senza dimenticare più di recente i «Tappeti natura» di Gilardi o le fette disegnate da Oldenburg. 

 

Ma se dalle nature morte torniamo a quelle vive, l’anguria è protagonista in questa stagione sulle nostre tavole. Sarebbe un errore relegarla a ingrediente di macedonie e granite, perché può svolgere un ruolo a tutto pasto. Basti pensare a un finger food «salato» come l’ostrica virtuale, geniale invenzione di Davide Scabin, lo chef del Combal Zero di Rivoli: un cubetto di anguria con un po’ di bottarga di tonno e scaglie di mandorle tostate assaporato ad occhi chiusi ti ricrea il gusto dell’ostrica. Un classico della cucina palermitana è invece il «gelo di mellone», una delicata gelatina di anguria che, sposata a una foglia di menta, diventa sublime (è uno dei cavalli di battaglia di Marilù Terrasi al Pocho di San Vito Lo Capo). 

 

Ma se volete stupire gli ospiti un’altra possibilità è l’anguria «ubriaca»: scavate un pozzetto in cima al frutto e riempitelo di rhum o di vodka e il liquido percola uniformemente (per la legge di Pascal). Quando la taglierete, le fette sapranno di rhum e i vostri ospiti rimarranno di stucco. A proposito di fette, anche tagliare l’anguria è un arte: in Sicilia disegnano una sorta di zig zag con il coltello in modo che quando la apri ci siano già gli spigoli delle fette. 

 

PS. Per i patiti dei fumetti di Charlie Brown c’è da ricordare che il Grande Cocomero cui Linus scrive lettere per Halloween non è un’anguria, ma una zucca: l’equivoco nasce da una «libera» traduzione di The Great Pumpkin delle tavole di Schultz. 

 

home

home

Stile.it - ricette veg

Stile.it - ricette veg

Stile.it - ricette dolci

Stile.it - ricette dolci

Turismo.it - ricette etniche

Turismo.it - ricette etniche

I più letti del giorno

I più letti del giorno

I video di Buona Pappa

tutti i video