La corsa a ostacoli del no profit tra gli intoppi della burocrazia

Sfratti, adempimenti infiniti, polizze obbligatorie e collaborazioni interrotte per scelte politiche: i rapporti tra le associazioni e le pubbliche amministrazioni sono spesso conflittuali. Ecco perché


Pubblicato il 11/08/2017
roma

Gli sfratti in giro per l’Italia, dalla Casa delle culture a Trieste al circolo Arci di Gela, dalla protezione civile di Montesilvano a quella di Avellino non si contano, per non dire delle 200 sedi delle associazioni no profit romane finite nel mirino della giunta Raggi. Una recente sentenza della Corte dei conti le ha messe al riparo dalle richieste di centinaia di migliaia di euro di affitti arretrati, ma non le protegge dalle richiesta di liberare i locali già disposta dall’ex sindaco Marino. Poi non si contano le dispute legate ad una infinità di accordi e convenzioni, che il più delle volte fanno impazzire chi deve istruire le pratiche sino al punto che a volte qualche progetto salta. 

 

 

44 mila associazioni  

Dura la vita dei volontari in Italia, un esercito di un milione e 700 mila persone, organizzate in oltre 44 mila associazioni, che regalano alla comunità ben 28,7 milioni di ore di lavoro all’anno, spaziando dai servizi sociali alla cultura, dall’ambiente alla protezione civile, all’istruzione. Difficile, a volte anche molto conflittuale, il rapporto con le pubbliche amministrazioni. Innanzitutto per una questione di burocrazia, ma spesso anche per scelte di tipo esclusivamente politiche. «Noi abbiamo 1500 sedi in tutta Italia e posso dire che capita di tutto. Anche che dopo un cambio d’amministrazione vengano cancellati rapporti decennali per far spazio ad altre organizzazioni» spiega Enzo Costa, presidente dell’Auser, l’associazione per l’invecchiamento attivo promossa dalla Cgil.  

 

Dove si ferma la politica poi iniziano le scartoffie, sempre troppe e sempre troppo complicate da gestire. Lo scontento del mondo del volontariato, in questo caso, viene da lontano. In base ad un sondaggio svolto in Lombardia da CVSNet, l’associazione che raggruppa i centri di servizio per il volontariato, su 1196 associazioni che hanno risposto al questionario ben il 38,2% segnalava un aumento degli adempimenti richiesti, un altro 16,6% li trovava molto aumentati, mentre un altro 43% segnalava carichi invariati. Col risultato che il 73% delle associazioni dichiarava di fare ricorso ad aiuti esterni (centri servizio, commercialisti e consulenti vari) per districarsi nella giungla di norme e cavilli. 

 

Strangolati dalle scartoffie  

«Mai come quest’anno gli ostacoli tecnici e burocratici hanno complicato il nostro lavoro», denunciava due settimane fa Donatella Baldo, presidente dell’associazione del Palio di Feltre. «La serie infinita di documentazione che ci viene richiesta rappresenta un vero deterrente per chi ha voglia di fare qualcosa per la comunità». Secondo il prefetto di Treviso, che ha dovuto a sua volta rintuzzare le critiche di tante associazioni, uno dei problemi sta anche nel fatto che piccole strutture non hanno gli strumenti e le competenze per affrontare le pratiche più complesse. Sarà anche vero, ma il risultato è che il rimpallo tra i vari comuni e la prefettura, e «le continue resistenze, le difficoltà burocratiche e le affermate o reali carenze di personale», rendono ad esempio impossibile far lavorare i richiedenti asilo. Come ha denunciato un mese fa il presidente del Centro di servizio per il volontariato di Treviso, Alberto Franceschini, su 2700 migranti presenti in provincia solo qualche decina ha potuto svolgere lavori di pubblica utilità. Appena due i progetti avviati, nonostante il protocollo promosso dalla Prefettura, con tanto di assicurazione Inail gratuita, e la disponibilità di tante associazioni. 

 

Il nodo assicurazioni  

Questione delicata, quella delle polizze, che per legge sono obbligatorie in ogni rapporto con la «P.a.». «I costi vivi - spiega Costa - devono essere tutti a carico delle amministrazioni, non esiste che le associazioni finanzino col loro patrimonio i comuni. E nelle convenzioni che si stipulano vengono compresi anche i costi delle assicurazioni». E se al posto di associazioni strutturate ci sono singoli cittadini o piccoli gruppi non organizzati? Se non c’è la sensibilità della controparte, si veda il caso di Roma, non c’è niente da fare. «Occorre essere un minimo strutturati», conferma il sottosegretario al Lavoro Luigi Bobba, padre della legge sul Terzo settore. Che ricorda come «grazie all’ultima legge di bilancio le associazioni che mettono in campo progetti di utilità sociale, una volta ottenuta la certificazione dall’ente locale, attraverso il portale del ministero “Diamoci una mano” ottengono gratis la copertura Inail». Quanto alle complicazioni burocratiche, Bobba spiega che «il nuovo codice introduce molte novità importanti a cominciare dal registro unico che d’ora in poi garantirà trasparenza e semplicità delle procedure». 

 

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