Rossi: sulla sanità abbiamo tagliato troppo. L’Italia ormai è vicina al punto di rottura

Il governatore toscano: l’ho fatto anch’io, ma ora va invertita la rotta

Enrico Rossi governatore della Toscana


Pubblicato il 11/08/2017
Ultima modifica il 19/08/2017 alle ore 02:30
roma

«Lo lasci dire a me che ho conquistato sul campo la fama di “razionalizzatore”: a forza di tagliare e cercare la massima efficienza negli ospedali- che vuol dire personale ridotto all’osso- sulla sanità pubblica siamo vicini a un punto di rottura», spiega Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana (ex Pd ora in Mdp). 

 

I dati dicono che dal 2009 sono spariti 18mila posti letto.  

«La spesa nazionale è pari a quella del 2011, siamo sotto la media europea e questo non era mai accaduto. La Corte dei conti ha riconosciuto che il comparto sanità ha avuto il peso maggiore nel risanamento dei conti pubblici. Proprio per questo è ora di invertire la tendenza: la corda è già stata tirata troppo, ora è il momento di tornare a investire, di fare della sanità pubblica un settore che traini la crescita». 

 

Più facile a dirsi che a farsi.  

«Non ci sono solo i dati sui posti letto tagliati. Ma anche quelli che raccontano di milioni di italiani che non si curano o vanno dai privati. Bisogna tornare a fare assunzioni mirate, rinnovare i contratti bloccati da sei anni. Non penso ad assunzioni a pioggia di medici, ma ad una vera programmazione. Per questo lancio un appello non solo al governo, ma a tutte le forze politiche: bisogna programmare la sanità del 2030, individuare i filoni che possono produrre sviluppo, la ricerca, il biomedico, le infrastrutture. Non è una questione di parte». 

 

La Sanità è di competenza regionale. Voi governatori non avete nulla da rimproverarvi?  

«Ma certo che abbiamo le nostre responsabilità e non possiamo sottrarci. Negli ultimi anni siamo stati messi all’indice come spreconi, ora dopo il referendum dobbiamo trovare un nuovo senso di responsabilità e farci avanti. In Toscana siamo al top, ma dentro un’Italia che arretra: bisogna smettere di guardare solo alla propria regione, comportarci come classe dirigente nazionale». 

 

In concreto?  

«Ho apprezzato i tentativi del ministro Lorenzin di difendere la spesa sanitaria, ma non basta. I tagli sono iniziati con Tremonti, poi sono proseguiti con Monti. Letta e Renzi hanno provato a correggere il tiro, ma troppo tardi e troppo poco. Ora, in vista della legge di Bilancio, come presidenti di Regione dobbiamo proporre al governo una piattaforma coraggiosa di investimenti sulla salute. Una inversione a U». 

 

In agosto gli ospedali si svuotano di personale e il peso ricade sui pronto soccorso. Non si potrebbe evitare?  

«I reparti sono organizzati al limite: basta una malattia improvvisa, un cambio nei piani ferie all’ultimo momento per precipitare nell’emergenza. Certo, ci sono Asl e reparti più efficienti di altri, anche in Toscana. Faccio un esempio: se in estate non si acquistano le macchine per la respirazione, poi quando arriva il picco dell’influenza le terapie intensive si intasano di anziani che hanno difficoltà respiratorie. È un domino delicatissimo, e se il personale è sempre al minimo basta pochissimo perchè l’equilibrio salti. È il risultato delle politiche di questi anni: si è pensato di fare le nozze coi fichi secchi, ora basta». 

 

Alcune regioni, in particolare al Sud, sono finite coi conti in rosso. I soldi sono stati spesi male.  

«E’ un dato di fatto. Ma i piani di rientro sono stati spesso delle cure da cavallo che hanno ucciso il paziente. Dobbiamo lavorare con i colleghi del Meridione per un piano di investimenti che parta proprio dal Sud. Al Centro-nord siamo pieni di medici originari del sud che fanno un ottimo lavoro e di pazienti con la valigia. Se si torna a investire in queste regioni, anche il problema sovraffollamento nel Nord si potrà ridimensionare». 

 

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