Nina Zilli: “Tra le canzoni nate in cameretta una è per la mia stella polare”

La cantautrice racconta l’album “Modern Art”, che uscirà il 1° settembre e il brano per il produttore torinese Carlo U. Rossi, morto due anni fa

Tra le canzoni ora più suonate alla radio c’è: «Mi hai fatto fare tardi», che lei ha scritto con Dario Faini, Calcutta e Tommaso Paradiso; sotto, la copertina dell’album


Pubblicato il 11/08/2017
Ultima modifica il 11/08/2017 alle ore 11:23
milano

È stata davvero difficile la scalata al successo per Nina Zilli. Una bella donna come lei, di classe per giunta, mai un atteggiamento sconveniente o una volgarità (al massimo rimproverabile di qualche snobberia, se proprio insistete), ha faticato a farsi prendere sul serio nel ruolo di musicista e cantautrice.  

 

C’è quindi da capire l’attesa un po’ ansiosa con la quale aspetta ora l’uscita del terzo album, Modern Art, prevista per il 1° settembre. Perché lei magari non si rende neanche conto che le difficoltà sono più dentro il business o persino fra il popolo che non dentro la musica, la sua vera vita. Ci sono invidiette velenose delle quali alcuni belli non si accorgono mai. Ma presto sarà la musica a parlare, e questo terzo lavoro («Urbano e tropicale», lo definisce lei) conferma un passo avanti deciso nel calibrare le atmosfere e le effervescenze, presa per mano dalla solida produzione di Michele Canova, che sembra aver riversato su di lei la passione con la quale assecondava la creatività di Jovanotti.  

 

Tra vita e realtà virtuale

«Mi sono messa nella mia cameretta a lavorare e sono partita da lì come facevo all’inizio. Una full immersion in un mondo che immaginavo», ricorda. L’apertura è spettinata e liberatoria, con J-AX che rifà meticolosamente se stesso nell’attaccare i controsensi della realtà virtuale che si scontra con la vita. È una fila serrata di 12 brani che riassumono le ispirazioni di Nina, la sua passione per le sonorità attuali: nel rap dove se la cava benone, mentre il reggae è un’ovvia scelta avendo registrato anche in Giamaica, e infatti sfoga in levare antiche delusioni amorose (capita anche ai belli: «Io muoio tu ridi di me»).  

 

Fra le numerose ballad che richiamano i 50 e i 60, con un twist di modernismo avanzato, svetta un brano amaro nel ricordo di Carlo Ubaldo Rossi, il produttore e arrangiatore torinese morto in un incidente di moto due anni fa, a soli 56 anni, che è stato un po’ un gran padre sonico per moltissimi artisti, da Ligabue ai Litfiba dai Baustelle e Jovanotti, e anche per Nina: «Il destino è una coperta che non copre e che non basta», canta lei. E ricorda: «Carlo è stato il mio papà musicale. Proprio nel frangente del primo disco fu grandissimo. È stato sempre un riferimento, la mia stella polare. Parlare con lui era come tornare a casa, chi avrebbe mai pensato che non sarebbe stato più possibile? A volte mentre scrivi ci sono cose che arrivano da qualche parte dentro di te e devi dirle. Un tipo molto amabile, dal carattere forte, con padronanza musicale pazzesca. La sua fine mi ha fatta tristemente crescere. Impari ad accettare l’inaccettabile: magra consolazione, si può scrivere su di lui qualcosa da riascoltare. È per Carlo una dedica dell’album». 

 

Ma la rivelazione è che l’album fisico di Modern Art sarà appunto un artwork impegnativo: come molti musicisti, da Paolo Conte a Bob Dylan tanto per volare alto, anche la Zilli è grande appassionata di disegno. «Sono miei tutti i disegni della copertina. Mentre i musicisti registrano, io di ogni disco faccio un quaderno, con i testi scritti a mano e i disegni intorno. Bene, sono diventati i booklet del cd».  

 

Da piccola, il disegno era uno delle sue grandi passioni: «Poi la musica mi ha portata via dal basket, dalla pittura, dal Conservatorio. Al quinto anno di pianoforte avevo 13 anni e ascoltavo i Nirvana, andavo in giro con i jeans bucati e mia madre mi sgridava. Ancora oggi imparo una battuta all’anno del Children’s Corner di Debussy, 30 pagine di partitura. Debussy scriveva a volta come se noi avessimo tre mani».  

 

A ottobre partirà il tour, con le prime date nei club: «Sono rimasti pochi, ma avevo bisogno di questo clima. Il club ti fa arrivare addosso energia». Suonerà, in concerto? «Suono per comporre, ma se ho un bravo pianista preferisco cantare. Però, perché no». 

 

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