“Cambiare il vertice di Tim non indica che Vivendi ha il controllo della società”

Gli esperti difendono Parigi: non deve consolidare il debito
ANSA

Tim ha tempo fino al 23 agosto per rispondere al governo


Pubblicato il 12/08/2017
Ultima modifica il 20/08/2017 alle ore 02:30
torino

«La mera circostanza di cambiare il vertice di una società non necessariamente è un indicatore del controllo». È tutto da dimostrare dal punto di vista legale il fatto che Vivendi controlli Telecom. A spiegarlo è Marco Ventoruzzo, ordinario di diritto commerciale e direttore del dipartimento di studi giuridici della Bocconi, sottolineando che il documento prodotto dai francesi e indirizzato a Consob e governo «non è affatto un’eresia». La società di Bolloré ha inviato a inizio settimana una memoria di 18 pagine firmata dal costituzionalista Sabino Cassese e dall’avvocato Andrea Zoppini. Nel documento i due esperti sostengono che Vivendi esprima «direzione e coordinamento» di Telecom ma non «controllo». Dal governo non ci sono ancora reazioni. Il testo è stato inviato proprio poco prima che palazzo Chigi, su indicazione del Mise, chiedesse delucidazioni. Forse anche proprio per il fatto di aver già ricevuto questo primo testo, ha accolto la richiesta poi di prorogare i termini dal 15 fino al 23 agosto. I francesi ora comunque si trovano a dover produrre altre carte, ulteriormente argomentando per dimostrare di non avere il controllo di Telecom. 

 

La cosa singolare, spiega Ventoruzzo, è che «direzione e coordinamento sono un di più rispetto al controllo». Cioè un gradino più alto, non più basso. Che possano esserci i primi senza il secondo «è un caso particolare ma - specifica - non impossibile». Di più: quand’anche si dimostrasse il controllo, non è detto che Vivendi debba consolidare il debito di Telecom. «Non è - sottolinea - che dalla presenza di controllo discenda automaticamente l’obbligo di consolidare. Quella è una regola generale ma ci sono tante possibili eccezioni». 

 

Insomma, siccome nel comunicato del 4 agosto Telecom ha comunicato di aver preso atto «dell’inizio dell’attività di direzione e coordinamento» da parte di Vivendi, ora la società francese si trova ora nella posizione - in salita ma non impossibile - di dover argomentare di avere una cosa più forte del controllo, ma non il controllo. «Un americano o un inglese si metterebbero a ridere - commenta una fonte vicina al dossier - ma il decreto del 2012, quello sul golden power, è scritto male, in modo poco chiaro, e quindi questa cosa, che stride col buon senso e col fatto che hanno rimosso l’ad e che buona parte dei nomi in Cda sia francese, può anche essere sostenuta giuridicamente. In ogni caso la decisione è del governo. Quindi è chiaramente solo una partita politica». 

 

Ma come si stabilisce se ci sia il controllo? «Il controllo - dice Ventoruzzo - si ha in ragione del numero di voti controllati in assemblea. Può essere di diritto, cioè quando si dispone del 50% più uno, anche magari indirettamente; oppure di fatto, e questo dipende dal resto dell’azionariato. Se uno ha il 25% ma altri tre, alleati tra loro, hanno il 10% ciascuno, può non avere il controllo». Nel caso di Telecom, però, c’è solo Vivendi al 23,95% e tutti gli altri sono sotto il 3%. «Si - ribatte - ma guardiamo alle ultime due assemblee: nell’ultima, per l’elezione del consiglio, la lista di Vivendi è arrivata prima per un soffio e grazie a voti esterni. Nella precedente aveva vinto Assogestioni, che rappresenta i fondi».  

 

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