Sull’isola sperduta finita nel mirino: “Così ci prepariamo ai missili”

Gli abitanti di Guam tra barbecue e paura: «Kim? Abituati alle catastrofi»
AP


Pubblicato il 12/08/2017
Ultima modifica il 12/08/2017 alle ore 12:06
new york

Per il Pentagono è la «portaerei permanente nel Pacifico», per tutti gli altri è una delle mete esotiche che si sogna di visitare almeno una volta nella vita. Per chi ci abita è semplicemente Guam, protettorato a stelle e strisce immerso nelle acque del Pacifico e circondato da una delle più variegate barriere coralline. Eppure quest’isola della Micronesia di 550 km quadrati e 163 mila abitanti, meno di una città del Midwest americano, si è ritrovata al centro di uno scontro - sino ad ora solo verbale - tra Stati Uniti e Corea del Nord. Perché in quella escalation di minacce che da mesi vede protagonisti Donald Trump e Kim Jong-un, Guam è stata designata da Pyongyang obiettivo privilegiato del primo lancio missilistico a scopo offensivo e non solo sperimentale. Il cosiddetto «attacco di Ferragosto», o presunto tale, che ha fatto sprofondare Guam e i suoi abitanti vittime potenziali di una minaccia lontana 3400 km, tanta la distanza da Pyongyang. Non più di quanti un vettore a medio raggio in dotazione al regime nordcoreano possa percorrere.  

 

Il governatore dell’isola, Eddie Baza Calvo, rassicura dicendo che un attacco non è imminente, ed esorta a proseguire la vita nel più normale dei modi. Ovvero spiagge, concerti e tramonti in riva al mare per chi è in vacanza, mentre per chi vi abita lavoro, famiglia e svago nella solita «micronesiana» maniera. «Tutti quanti cercano di fare la stessa vita, ma tutti parlano del pericolo di un attacco», racconta al New York Times Josie Sokala che vive nel villaggio di Mangilao, nella parte Est dell’isola. Come tanti concittadini Josie è stata inondata di messaggi da parenti e amici da ogni parte d’America. «Tutti quanti sono un po’ nervosi, ma lo sono di più i nostri familiari e connazionali in America».  

 

 

Guam è territorio Usa dal 1898 quando fu ceduto dalla Spagna al termine della guerra con gli Stati Uniti. L’etnia preponderante è quella dei Chamorro seguiti da filippini, ma domina «l’American style» delle città del Midwest. Si fa spesa da Kmart, il più grande di tutta la catena, il fai da te per la casa è obbligatoriamente da Home Depot, e si mangia in fast food e diner. Dove però da un paio di settimane a questa parte i maxi-schermi mandano in onda senza sosta le immagini di Kim che minaccia di colpire l’isola, e Trump che replica a suon di minacce. «Due leader instabili mentalmente - dice Judith Mosley, 61 anni, proprietaria di una piccola attività a Barrigada, dove vive da 24 anni e ha cresciuto sei figli -. Non avrei mai pensato che un posto dimenticato da tutti come il nostro sarebbe diventato “l’ombelico del mondo”». Chi invece non è sorpreso è Leiana Naholowa, 41 anni, professore universitario che ricorda come l’isola divenne teatro di un duro scontro quando gli americani la ripresero dai giapponesi nel 1944. Harry Blalock, 56 anni, vive invece nella vicina isola di Mariana. Originario del Michigan si è trasferito in Micronesia 21 anni fa e al NY Times rivela: «Non pensavo nemmeno che questa fosse America».  

 

La vita a Guam è però legata a doppio filo con quella dei militari di stanza sull’isola, quelli della Anderson Air Force Base e della Naval Base Guam. Un contingente di 13 mila tra personale militare e civile, cacciabombardieri B-52, caccia leggeri, sottomarini, unità navali di diverso genere e il sistema antimissilistico Thaad che dovrebbe neutralizzare il missile di Kim nei 14 minuti di traiettoria, dal lancio al «ground zero». «Preghiamo il signore che il virtuosismo prevalga nell’animo dei leader del pianeta e si promuova la pace», recita una nota dell’Arcidiocesi di Agana, la capitale di Guam, punto di riferimento della preponderante comunità cattolica. C’è chi invece la pace la cerca in altro modo: «E’ come attendere un tifone o uno tsunami - dice Mary Lee Szabo -. Noi qui ci siamo abituati, basta fare scorte di cibo e acqua, accendere qualche candela e concedersi un barbecue sulla spiaggia. In attesa che arrivi il maltempo». 

 

 

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