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Cronache
ANSA
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 13/08/2017.
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Il profugo era un pirata che partecipò al sequestro di una nave petroliera

L'uomo è stato fermato dai carabinieri, le sue impronte digitali nella cabina della nave che bloccò l’italiana Savina Caylyn

Più che un profugo era un pirata. Mohammed Farah sperava di essere confuso nella moltitudine di ragazzi arrivati in Italia per chiedere asilo politico. Era convinto che bastasse raccontare di essere fuggito dalla guerra e dalle persecuzioni per cambiare vita e cancellare completamente il passato. Ma a rendere indelebile la sua storia sono state le impronte digitali: una specie di certificato, per i carabinieri del Ros di Roma che da sei anni indagavano per individuare il commando di pirati che nel febbraio 2011 ha sequestrato e tenuto in ostaggio la nave italiana Savina Caylyn. Mohamed Farah era uno di loro: faceva parte di quel commando spietato e per scoprirlo è bastato un controllo delle impronte digitali. Le sue sono state trovate nella cabina del comandante della nave e questo dimostra che il giovane ha avuto anche un ruolo di primo piano nella gestione di quel blitz. 

 

Il ventiquattrenne somalo aspettava nel «Centro di permanenza per i rimpatri» di Caltanissetta e ancora non sapeva che non avrebbe potuto ottenere lo status di rifugiato. Era sbarcato in Italia quattro giorni fa e ieri pomeriggio, quando i carabinieri si sono presentati con un documento proprio destinato a lui, ha sperato per un attimo di essere riuscito a ottenere il permesso di soggiorno. Invece, era un mandato di arresto. Con un’accusa gravissima: quella di aver partecipato all’assalto armato del mercantile italiano al largo della Somalia l’8 febbraio 2011.  

 

La nave venne bloccata da un commando di incappucciati mentre attraversava l’Oceano Indiano. Per fermarla e catturarla i pirati scatenarono una piccola guerra: razzi anticarro e armi semiautomatiche per costringere il comandante a fermare la traversata. L’equipaggio della Savina Caylyb (proprietà della società «Fratelli D’amato») era composto da 19 persone: 17 indiani e 5 italiani. Per loro, tenuti in ostaggio nella rada di Raas Cusbard, furono dieci mesi d’inferno: minacce continue, maltrattamenti e gravi sevizie. I pirati dimostrarono di essere spietati e decisi, riuscendo, infatti, a ottenere un riscatto di otto milioni e mezzo di euro. 

 

Poche ore dopo la liberazione del mercantile e dell’equipaggio, anche grazie all’intervento della Marina militare italiana, la Procura di Roma ordinò una serie di sopralluoghi a bordo, con il chiaro obiettivo di individuare qualche indizio utile per identificare il commando che aveva organizzato il sequestro. Sulla nave, insieme ai carabinieri del Ros, arrivarono anche i biologi del Ris e così è stato possibile individuare le impronte digitali di alcuni dei pirati. Incassati e forse spesi i soldi del riscatto, Mohamed Farah si è trovato nuovamente in difficoltà. E per questo si è visto costretto a prendere la strada dell’emigrazione verso l’Italia per costruirsi una nuova vita. Oppure, sospettano i carabinieri, aveva progettato di mischiarsi ai migranti per venire in Europa e compiere qualche altra azione criminale. Ma non aveva fatto i conti con le sue impronte digitali. «L’arresto non è un caso – fanno sapere i vertici del Ros – ma è frutto del continuo e attento monitoraggio dei flussi migratori. Le impronte digitali del giovane somalo erano registrate nella banca dati delle forze dell’ordine italiane dal 2011. Questo dimostra che sugli arrivi c’è la massima attenzione». 

 

nicola pinna
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