D’ora in poi il motto della mia Barcellona sarà “Non abbiamo paura”

La riflessione di Jaume Duch Guillot, portavoce del Parlamento europeo. Barcellonese
REUTERS

Il raduno in plaza de Catalunya


Pubblicato il 19/08/2017

Giovedì il cuore di Barcellona, la Rambla, è stato gravemente ferito dalla violenza cieca del fanatismo e dell’irrazionalità. Chiunque abbia trascorso, come me, la sua infanzia o alcuni anni della sua vita a Barcellona, ha il ricordo di quel luogo speciale che è la Rambla che, cambiando nome lungo il percorso, unisce plaza de Catalunya al vecchio porto, occupando uno spazio guadagnato secoli fa a un’antica insenatura che a poco a poco si è asciugata convertendosi in parte della zona murata. 

 

Nel mio caso quei ricordi sono molti e vari: le passeggiate con mio nonno fino al porto per vedere le barche in un’epoca in cui la Rambla era una delle poche vie della città che portavano al mare; la scoperta di un mondo adulto quando la percorrevo da una parte all’altra per andare a lezione di musica al Conservatorio del Teatro Liceu o di lingue alla Scuola ufficiale; i giri senza meta per il mercato della Boqueria o tra le bancarelle di fiori e uccelli; le corse in vespa con gli amici all’alba; le manifestazioni di calcio o politica intorno alla mitica fontana de Canaletes; le passeggiate mano nella mano con la persona amata a qualsiasi ora del giorno e della notte… ricordi che sicuramente condivido con migliaia e migliaia di barcellonesi. La Rambla è sicuramente una delle principali attrazioni turistiche della città, però, prima di tutto e soprattutto, è una delle sue arterie più vive e rappresentative e, come tale, niente di quello che succede lì può lasciare indifferenti i suoi abitanti. 

 

Allo stesso tempo, e proprio per il suo forte simbolismo come luogo d’incontro di turisti e visitatori, la Rambla - e con lei tutta Barcellona - è un esempio di città aperta, di incrocio di strade terrestri e marittime, di incontri di cultura e di accoglienza per chi è di passaggio. Sembra un cliché ma è la realtà. Oltre alla sua condizione di capitale della Catalogna o di metropoli spagnola, Barcellona si è trasformata in una città patrimonio del mondo. Da quando 25 anni fa ospitò i Giochi olimpici, l’antica Barcino dei romani ha saputo trasformarsi in un punto di riferimento per i cittadini di cinque continenti. In questi anni mi è capitato molte volte di ricevere, dicendo che sono di Barcellona, un sorriso che evocasse i buoni ricordi di chi è passato per la mia città. 

 

Triste prova della sua condizione di punto di riferimento internazionale è il fatto che il terribile attentato di giovedì abbia ucciso o ferito cittadini di più di 30 Paesi diversi. Nelle ore successive all’attentato, i social network si sono riempiti di messaggi che chiedevano non ospedali ma traduttori. Attentare a Barcellona è, come nel caso di Parigi, Bruxelles o Berlino, attentare a un’idea di mondo libero e civilizzato in cui tutti possiamo incontrare il nostro posto e vivere la nostra vita. 

Come già tante volte nella sua complicata e a volte difficile storia, l’attentato di Barcellona, e quello di Cambrils, ha messo in rilievo la profonda solidarietà che richiede il sentirsi barcellonese: passanti che correvano ad aiutare le vittime, tassisti che trasportavano i feriti o che si offrivano di accompagnare la gente a casa gratis, cittadini che distribuivano panini e acqua agli automobilisti intrappolati negli ingorghi creati dai controlli della polizia o persone che aprivano le loro case a chi non poteva tornare alla propria. Tutto questo ha mostrato senza dubbio la faccia migliore di una città, di una società che si fa avanti quando ce n’è bisogno. 

 

Barcellona ora ha due battaglie da vincere: una, in comune con 500 milioni di europei, è quella contro il terrorismo, una battaglia per la quale ha bisogno di tutta la collaborazione possibile dall’Unione europea e dai suoi Stati membri. L’altra, più personale, è quella di non lasciarsi vincere dalla paura. L’ha detto molto bene il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, nel suo messaggio di giovedì: «Non dovete cambiare la vostra forma di essere o di vivere, altrimenti i codardi assassini avranno vinto». Dopo il minuto di omaggio alle vittime che ieri a mezzogiorno ha riempito plaza de Catalunya, la gente, in modo spontaneo, ha ripetuto in coro per diversi minuti tre parole in catalano: «No tenim por». E’ questo, da adesso in avanti, il motto della mia città: «Non abbiamo paura». 

 

*portavoce del Parlamento europeo  

 

 

 

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