“Ormai tra diffidenze e ignoranza in Italia il clima si è deteriorato”

Jean-René Bilongo è un camerunense che vive a Roma da 17 anni “I razzisti? Prima tacevano per vergogna, ora sono stati sdoganati”

Sindacalista Bilongo lavora alla Flai-Cgil


Pubblicato il 19/08/2017
Ultima modifica il 27/08/2017 alle ore 02:31
roma

C’era una volta l’America degli anni ’60, che davanti al film «Indovina chi viene a cena?» si arrovellava su come conciliare la “sacrosanta” diffidenza sociale con un figo come Sidney Poitier. E c’è l’Italia del 2017, dove teoricamente le quotazioni del presidente Obama erano altissime ma la legge sullo ius soli è naufragata in pochi mesi sugli scogli della paura e della realpolitik

 

In questa Italia, Jean-René Bilongo vive dal 2000, da quando, migrante economico dotato solo di laurea umanistica e visto turistico di 3 mesi, si è fatto largo tra le strade e i campi di Castel Volturno fino a specializzarsi in legge e a imporsi nel mondo del lavoro come quadro della Flai-Cgil: bello, preparato, elegante e regolarissimo con il suo permesso ormai a scadenza zero. Jean-René non ha chiesto la cittadinanza ma è italiano a tutti gli effetti se non fosse per l’aspetto che rimanda alla sua nascita a Yaoundé, Camerun. 

 

«C’è sempre stato chi mi ricordava le mie origini africane ma adesso è peggio, il clima si è deteriorato; per mille ragioni più o meno condivisibili gli italiani si sono incattiviti e hanno messo su uno sguardo che trafigge», racconta. Succede spesso, in situazioni differenti: «C’è la segretaria di una piscina del centro di Roma alla quale volevo iscrivermi che mi dice di non aver bisogno di niente e mi invita ad allontanarmi con la mia presunta mercanzia. C’è l’ospedale dove sono andato mesi fa per una tachicardia dove, prima di visitarmi, mi chiedono a lungo e con condiscendenza quale droga abbia preso. C’è quello sulla metro che guardando me e la mia compagna italiana commenta ad alta voce “De gustibus...”».  

 

Jean-René ha imparato a non fare di tutta l’erba un fascio ma ammette che quanto prima si taceva per vergogna, è stato oggi sdoganato dai media e dalla politica. «In genere in strada non rispondo alle provocazioni, non per vigliaccheria ma per buonsenso. Oppure perché resto senza parole, come quando su un’isola del sud Italia una signora elegante mi ha fatto tanti complimenti per il mio bambino in passeggino e poi mi ha dato un euro per comprargli qualcosa. Nei contesti protetti invece argomento, ma è desolante. Penso a quell’ufficio postale in via Arenula dove un anno fa dovevo sottoscrivere un prodotto e quelli in coda dietro a me sbuffavano dicendo “tu stare troppo tempo, tornare a casa tua”. In questi casi mi danno sempre del tu e utilizzano l’infinito ma per certi versi è perfino più tollerabile delle cene “illuminate” in cui sono al centro dell’attenzione finché parlo di Africa, migrazioni, guerre tribali. Guai però a uscire dal ruolo esotico e avventurarsi sulla finanza, la comunicazione, la geopolitica». La strada è lunga, chiosa, citando il suo lavoro sindacale con i braccianti «sfruttati nei campi in cui ancora si esercita la schiavitù». Jean-René resta progressista anche quando si arretra, sorride con espressione schietta, ha imparato a parare i colpi ma non smette di stupirsi. 

 

Scopri La Stampa TuttoDigitale e abbonati

home

home

I più letti del giorno

I più letti del giorno