Yemen, la fotografia che immortala l’esecuzione di piazza

Centinaia di persone si radunano nel centro di Sana’a per partecipare alla fucilazione di un assassino
REUTERS

Fotografie di Khaled Abdullah/Reuters


Pubblicato il 25/08/2017
Ultima modifica il 25/08/2017 alle ore 07:26

«Questo è il primo giorno della mia vita» dice Yahya al-Matari di fronte alla fucilazione dell’uomo che ha stuprato e ucciso sua figlia di tre anni. Un’esecuzione di piazza nel centro di Sana’a, capitale dello Yemen: la prima dal 2009 in uno Stato in guerra civile da due anni.  

 

Il condannato, Muhammad al-Maghrabi, viene scortato in piazza Tahir da ben cinque van della polizia per timore di rivendicazioni. «Al suo arrivo scoppia il caos» racconta il fotografo di Reuters che assiste alla scena. «Ci sono centinaia di persone attorno alla piazza, alcune sui tetti delle case, alcuni con il telefonino in mano e tutti urlano: “Allah è grande”; in attesa degli spari». Al-Maghrabi viene disteso a terra, prono su un telo bianco che funge da patibolo. «Prova a parlare con il boia, che fuma una sigaretta mentre punta l’Ak-47 all’altezza del cuore».  

 

 

Sembra un brano di Dostoevskij, ambientato però nella Penisola araba. Il poliziotto spara quattro colpi, la folla esulta e si lancia sul cadavere, ma le forze dell’ordine, intervenendo in tempo, riescono a portare via il cadavere. 

La foto, parte di un completo foto-reportage dell’esecuzione, mostra l’esatto istante dell’esplosione dell’ultimo proiettile e, così, trasforma la morte in un momento eterno.  

 

Come la fotografia L’esecuzione del prigioniero di Eddie Adams scattata in Vietnam nel febbraio del 1968. Una delle immagini per antonomasia della “morte in diretta” mostra il capo della polizia vietnamita mentre spara a un Viet Cong nelle strade di Saigon: la bocca dell’uomo è contratta da una smorfia, i capelli sono mossi dal colpo. L’immagine vinse il Pulitzer e il Word Press Photo ed è, secondo Time, una delle 100 più influenti al mondo.  

 

Ma Adams negli anni si pentì: la foto divenne uno stigma per il poliziotto, che dovette scappare dal Paese: «quel giorno il Generale uccise il Viet Cong, io uccisi il Generale con la mia macchina fotografica. Ma la foto racconta solo mezza verità. Come fate a sapere che non avreste tirato il grilletto voi stessi?». 

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