Birmania, spari su civili Rohingya in fuga verso il Bangladesh

I militari avrebbero usato mortai e mitragliatrici al confine di Ghundhum, dove la minoranza musulmana era intrappolata da venerdì a causa dei combattimenti in corso
AFP


Pubblicato il 27/08/2017
Ultima modifica il 27/08/2017 alle ore 00:11

L’esercito del Myanmar, il paese guidato dal Nobel della pace Augn Sn Suu Kyi, ha fatto fuoco su centinaia di civili in fuga dai villaggi abitati dalla minoranza musulmana dei Rohingya. Lo ha riferito un giornalista dell’agenzia France Press sul posto, indicando che i militari hanno utilizzato mortai e mitragliatrici al confine di Ghundhum, dove i civili erano intrappolati da venerdì a causa dei combattimenti in corso nello stato di Rakhine, nel nord del paese. 

 

Il giornalista ha riferito di aver visto l’esercito sparare mentre i civili cercavano di fuggire. «Hanno sparato su donne e bambini che avevano trovato riparo dietro le colline vicino alla linea di confine, e lo hanno fatto improvvisamente con mortai e mitragliatrici senza avvisare nemmeno noi», hanno raccontato le guardie di frontiera del Bangladesh.  

 

Nelle ore precedenti un migliaio di miliziani musulmani dell’etnia Rohingya aveva lanciato un’offensiva notturna nello Stato di Rakhine e nei combattimenti vi erano stati almeno 71 morti e 11 feriti. Il governo birmano ha denunciato l’attacco da parte dei «militanti bengalesi» (termine con cui si riferisce ai ribelli senza mai nominarli) e l’azione è stata rivendicata dall’Esercito di Salvezza Rohingya di Arakan (Arsa) che ha detto di voler vendicare l’ulteriore giro di vite imposto dopo «al popolo più perseguitato del mondo» dopo gli attacchi di ottobre. 

 

Già nel 2012 un’ondata di violenze aveva lasciato sul terreno 160 morti e imposto la creazione di 67 campi per accogliere i 120.00 sfollati. I Rohingya (un milione su 54 milioni di birmani) sono pesantemente discriminati in un Paese in cui la popolazione è al 90% buddista e sono privati del diritto di cittadinanza e di altri diritti fondamentali. In base a una legge del 1982, non sono considerati appartenenti a nessuno dei 135 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti e non hanno la cittadinanza, e quindi neanche la possibilità di votare. Apolidi, anche se alcuni vivono in Birmania da generazioni, formano una casta «invisibile» che non ha accesso al mondo del lavoro e solo un accesso parziale all’assistenza sanitaria. Inoltre anche la loro pratica religiosa è sotto stretta sorveglianza. 

 

Almeno 72.000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh. Una commissione internazionale presieduta dall’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan ha presentato al governo birmano un rapporto con 88 raccomandazioni per risolvere la crisi e favorire il dialogo con la minoranza Rohingya, escludendo che la questione possa essere risolta con la forza. Nemmeno la fine dopo 49 anni della dittatura militare con l’isediamento mel marzo 2016 di un governo guidato dau premio Nobel per la pace sia pure con la supervisione dei generali su alcuni settori, ha portato a un allentamento della repressione nei confronti dei Rohingya. 

 

Sulla vicenda sono intervenuti gli Stati Uniti, che hanno invitato le forze di sicurezza birmane a rispettare il ruolo della legge e a proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali mentre agiscono per prevenire ulteriore violenze, negli scontri con i miliziani dell’Arsa (Esercito Arakan per la salvezza dei Rohingya, che sono musulmani, ndr). Heather Nauert, portavoce del dipartimento di Stato americano, ha detto che gli attacchi nei quali sono rimasti coinvolti civili Rohingya in fuga dalle violenze dimostrano l’importanza dell’attuazione da parte del governo delle raccomandazioni della commissione presieduta dall’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan, che suggeriscono al governo di agire rapidamente per migliorare lo sviluppo economico e la giustizia sociale nello stato Rakhine per risolvere le tensioni tra buddisti e i Rohingya.  

 

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