Si finse nazista per salvare gli ebrei: Hollywood racconta l’eroe di Lesa

La storia di Pino Lella, 91 anni, raccontata dal libro di Mark Sullivan, diventerà un film

Pino Lella, 91 anni, ora vive a Lesa: la sua storia diventerà un film


Pubblicato il 31/08/2017
Ultima modifica il 01/09/2017 alle ore 10:13
lesa

Della sua storia faranno un film a Hollywood, dopo che il libro di Mark Sullivan, «Beneath a scarlet sky» è diventato un best-seller. Pino Lella, 91 anni, però dalla sua casa nel centro di Lesa fa sapere che no, non vuole ricordare. Anzi, in tutti questi anni ha solo cercato di dimenticare: «Cose bruttissime» si limita a dire.  

 

Sono quelle che vide, giovanissimo dal 1943 fino alla fine della guerra: perché Giuseppe Lella, stando a quanto scrive Sullivan nel libro che uscirà a novembre in italiano per i tipi di Newton-Compton, a soli 17 anni faceva parte di una organizzazione che salvava gli ebrei dalla persecuzione nazista portandoli in Svizzera, attraverso la Valchiavenna. Basterebbe questo per farne un eroe, ma il giovane, originario di Bari e trasferitosi con la famiglia a Milano, ebbe ancor più coraggio nell’accettare di infiltrarsi tra le truppe naziste per fornire informazioni agli Alleati. Nel libro di Sullivan, costruito come un spy story, si legge che Lella fu l’autista personale del generale Hans Leyers, figura di primo piano dell’organizzazione nazista in Italia, e proprio grazie alla sua posizione riuscì a passare informazioni importanti alla Resistenza e agli Alleati. Di questo però non può dire una parola: certamente perché è vincolato da un contratto con la Pascale Pictures che ha acquistato i diritti d’autore del libro, ma forse anche perché quello che doveva dire l’ha già detto. Di lui si occuparono anche alcune università americane già dagli anni ‘70. 

 

Segreti militari a parte, resta l’ardimento di un giovane che metteva a rischio la propria vita, sopportando anche l’onta di apparire un traditore, pur di salvare quella di tanti ebrei. Era uno sciatore, non guardava al pericolo. Nemmeno lui sa quanti ha salvato. Con l’aiuto fondamentale di don Luigi Re, che dava rifugio agli ebrei alla Casa Alpina di Motta. Insomma, non la vuole proprio quell’etichetta di eroe, con cui il «Times» ha parlato di lui, ma preferisce riandare con la mente alla sua passione sportiva: arrivò negli Stati Uniti negli anni ‘50 come accompagnatore della squadra italiana di sci e rimase a lungo. Quando era in America pensava con nostalgia a Lesa - dove sua madre aveva una villa e al lago: «Ma di montagne belle ce ne sono anche là». Poi la decisione di tornare dove sono le sue radici, sul Lago Maggiore, ancora pronto per farsi un giro sulla sua bicicletta per il paese: «A 91 anni - sorride - è l’unico sport che mi è ancora concesso».  

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