Si spacca il fronte sciita. E ora l’Iraq rischia una nuova guerra civile

Scontro fra milizie filo-iraniane e alleate Usa. La posta in gioco è il controllo del Paese

Pubblicato il 06/09/2017
Ultima modifica il 14/09/2017 alle ore 02:31
inviato a beirut

Un passo falso di Hezbollah ha scatenato un durissimo confronto all’interno dell’asse sciita che rischia di spingere l’Iraq verso una nuova guerra civile. Sui social sono volati attacchi e insulti di solito riservati ai «takfiri» sunniti: «È la seconda volta che ci mandate terroristi in casa» o «vigliacchi, avete svenduto il vostro Paese agli americani e ora vi lamentate». A innescare il duello è stato l’accordo fra il partito di Dio libanese e i jihadisti dell’Isis assediati al confine fra Siria e Libano: gli islamisti hanno riconsegnato i corpi di soldati e miliziani uccisi, in cambio sono stati caricati su 17 pullman e spediti al confine con l’Iraq.  

 

A Baghdad si è scatenato il putiferio. Il premier Haider al-Abadi ha usato parole di fuoco contro Hezbollah e i governi libanese e siriano: «Non si scarica il terrore sulle spalle degli altri». Il timore è che i 300 jihadisti passino in Iraq a seminare morte, ma l’incidente segnala una faglia molto più profonda, interna al campo sciita. Dopo la guerra civile fra musulmani sunniti e sciiti forse assisteremo a quella fra i seguaci del «partito di Ali». 

 

La posta in gioco è il controllo dell’Iraq del dopo Isis. Il 25 settembre il Kurdistan voterà per l’indipendenza. Entro la prossima primavera, salvo colpi di scena, gli ultimi pezzi dello Stato islamico verranno spazzati via. A maggio ci saranno le elezioni parlamentari. Sarà un Iraq molto diverso: all’80 per cento sciita (senza i curdi, sunniti) e con gli arabo-sunniti ridotti all’impotenza. Potrebbe essere il preludio per il trionfo dell’Iran: dall’invasione americana del 2003 in poi ha visto aumentare a dismisura la sua influenza. Ma non è detto. 

 

Il controllo del campo sciita da parte di Teheran non è totale. Si confrontato due correnti: una controllata dagli iraniani, l’altra più autonoma, in questo momento alleata degli americani. «La divisione nasce da lontano - spiega Elijah J. Magnier, analista del gruppo editoriale kuwaitiano Al-Rai -: il grande ayatollah Ali Sistani, massima figura religiosa in Iraq, non ha mai accettato la teoria khomeinista della velayat faqi, il governo diretto dei religiosi, ed è in competizione con l’attuale guida suprema Ali Khamenei».  

 

Sistani ha molto seguito in tutto il mondo arabo, non fa politica direttamente ma quando parla è micidiale. Dal 2003 ha preso «solo quattro decisioni, tutte strategiche». Le ultime due nel giugno 2014: far dimettere il premier Nouri al-Maliki, sciita settario al punto da scatenare la rivolta sunnita, e chiamare alle armi 140 mila giovani sciiti da inquadrare nelle milizie Hashd al-Shaabi, «di difesa popolare»: hanno salvato l’Iraq dall’Isis dilagante. Quelle milizie però ora sono più forti dell’esercito, che può contare soltanto su 40 mila uomini. Uno scenario libanese. 

 

Gli iraniani hanno approfittato della leva di massa per rafforzare le unità a loro fedeli, gestite da Abu Mahdi al-Muhandis, esiliato ed educato in Iran ai tempi di Saddam Hussein, che agisce lungo le direttive di Qassem Suleimani, capo del servizio «estero» dei Pasdaran. La guerra all’Isis in Libano, Siria, Iraq è stata l’occasione per cementare la collaborazione fra le milizie sciite di tutte le nazioni - «l’asse della resistenza» che va da Beirut a Teheran - e ora Sistani e il premier Al-Abadi temono di essere travolti da questa forza formidabile: una volta demolito il califfato, dovrà essere indirizzata da qualche parte. 

 

Il piano, che deve essere ancora reso pubblico, prevede l’integrazione di una parte delle milizie, almeno quattro, nel ministero dell’Interno «con il compito di proteggere i santuari», a cominciare da quello di Karbala, la Mecca degli sciiti. I miliziani fedeli a Sistani, a partire da quelli della divisione Firqat al-Abbas, avranno paghe e status. I filo-iraniani saranno esclusi. 

 

A quel punto Al-Abadi disporrà di una forza legale in grado di contenere l’influenza iraniana. Ma prima deve vincere le elezioni. Per farlo si è alleato con un ex oltranzista anti-americano come l’imam Moqtada al-Sadr, dal 2008 in rapporti freddi con Teheran tanto da aver aperto un suo «canale diplomatico» con l’Arabia Saudita. Ma anche Khamenei tirerà fuori le sue carte. La partita è tesissima e si gioca su un tavolo dove abbondano soprattutto le armi. 

 

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