Birmania, mine antiuomo al confine, per impedire il ritorno dei Rohingya

Sulla frontiera del Bangladesh. San Suu Kyi: falsità dei terroristi
REUTERS

Nella foresta. Molti Rohingya sono fuggiti nelle foreste e sulle montagne contro quella che da molte parti è ormai considerata una vera e propria «pulizia etnica»


Pubblicato il 07/09/2017
Paramankeni (Golfo del Bengala)

L’altro ieri un ragazzo Rohingya ha perso una gamba in un’esplosione mentre fuggiva in Bangladesh durante un’esodo dalla Birmania che in 10 giorni ha coinvolto 150 mila profughi. Un altro è stato ferito gravemente, sempre da un’esplosione. Mine anti-uomo. Al confine, lunedì, si sono sentiti due botti, il giorno dopo altri due. Il governo del Bangladesh ha protestato ufficialmente con la Birmania, il Paese tra i più minati al mondo e che non ha firmato il Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine anti-uomo, quello voluto nel 1997 da Lady Diana. 

 

Il portavoce della leader birmana Aung San Suu Kyi, Zaw Htay, ha risposto che ci sono molte mine lasciate lì dagli Anni 90, ma che l’esercito non ne ha seppellite di recente. «E poi chi può dire che non le abbiano messe lì i terroristi?». Il premio Nobel per la Pace ha aggiunto che si tratta di «un iceberg di disinformazione». Sono solo fake news dei terroristi, dice. 

 

 

Ma ci sono testimonianze, fotografie. Un profugo ha visto tre dischi di 10 cm di diametro conficcati nel fango proprio in quella zona. Poco prima dell’esplosione che ha mutilato il ragazzo, è stato notato un drappello di militari birmani che, dopo aver srotolato del filo spinato, sotterravano qualcosa. Mine, sostengono i testimoni. 

 

Tra le decine di migliaia di disperati che hanno attraversato mare, paludi e fiumi in fuga dal furore del Tatmadaw, l’esercito birmano famoso per i suoi metodi feroci, arrivano testimonianze di ragazzi decapitati, donne stuprate, migliaia di profughi ancora nascosti nelle montagne e nelle foreste, dove rischiano di morire di fame, assediati dall’esercito o dalle milizie buddiste. E continuano ad affondare traghetti malmessi di trafficanti di disperati. Un altro barcone è andato a picco ieri mattina. Cinque gli annegati estratti dal Golfo del Bengala, e poche speranze per gli altri 35 che erano a bordo. 

 

La corsa al confine è frenetica. E a volte bisogna anche superare gli uomini dell’Arsa, l’Esercito Arakan per la salvezza dei Rohingya che ha provocato le ritorsioni dei militari birmani, assalendo stazioni di polizia nella regione di Rakhine per rifornirsi di armi. Le testimonianze parlano di ragazzi Rohingya costretti a non imbarcarsi nei traghetti che vanno verso il Bangladesh e obbligati a unirsi alle milizie, che sono armate in gran parte di mazze, machete o pistole artigianali.  

 

Così dice chi ha disertato dall’Arsa: «Siamo stati addestrati a combattere con il coraggio nel cuore», ha raccontato Ala Uddin, che cinque mesi fa aveva abbandonato la famiglia per unirsi ai ribelli musulmani. «Ma i nostri attacchi erano inutili e con armi arcaiche», ha detto, giustificando la sua diserzione.  

 

È un circolo vizioso. Il Tatmadaw lancia rappresaglie, come ha fatto ora e a ottobre, che generano orfani, o padri che hanno perso i figli, che si arruolano tra i ribelli della minoranza musulmana. Anche se non è considerata tale dal governo birmano: «Sono solo emigranti dal Bangladesh», dicono, anche di fronte all’evidenza che i Rohingya sono in Birmania da generazioni. 

 

Ora però la crisi dei profughi ha assunto una dimensione internazionale più seria. Assieme all’annuncio che il Bangladesh è costretto ad aprire un nuovo campo profughi, arriva anche quello della moglie e del figlio del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in arrivo per visitare i campi profughi in Bangladesh, in un evidente segnale di solidarietà tra musulmani.  

 

L’ambasciata birmana a Giakarta è stata assediata dalle proteste di manifestanti islamici e il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha mandato una lettera allarmata al Consiglio di Sicurezza avvertendo che «siamo sull’orlo di una catastrofe umanitaria». 

 

Ora la preoccupazione non è più solo la pulizia etnica, ma è come non far morire di fame una marea umana di rifugiati in un Paese povero come il Bangladesh, già vessato dalle alluvioni monsoniche. 

 

Per chi crede che ci possano essere pressioni internazionali sulla Birmania, ieri è arrivato un segnale contrario. Il premier indiano Narendra Modi ha incontrato la leader birmana per firmare 11 accordi tra i due Paesi. E per ricordare la sua posizione sui 40 mila profughi Rohingya già presenti in India: vanno deportati. Perché? Sono a rischio di essere reclutati dalle organizzazioni terroriste. Ma deportati dove, visto che non hanno cittadinanza, né birmana, né bengalese? Qualcuno dovrò dare una risposta a questo popolo, considerato al momento il più perseguitato al mondo. 

 

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