Perché nelle foto dei Rohingya in fuga ci sono soprattutto donne e bambini

A differenza delle migrazioni del Mediterraneo, dal volto soprattutto maschile, la fuga dal Myanmar della minoranza musulmana ha come protagonisti i più vulnerabili
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Una donna Rohingya arriva stremata in un campo profughi in Bangladesh, dopo aver attraversato il confine birmano. Foto di Bernat Armangue/AP


Pubblicato il 08/09/2017

La maggior parte delle foto che ci arrivano della fuga dei Rohingya dal Myanmar al Bangladesh mostra donne, bambini, fratelli minori, anziani. Pochi uomini, pochi padri di famiglia. Le immagini che abbiamo pubblicato su La Stampa nell’ultimo mese sono solo una minima parte di tutte le immagini che le agenzie hanno distribuito, ma sono rappresentative del fenomeno: la migrazione dei Rohingya è una migrazione guidata dalle donne. L’esatto opposto degli spostamenti verso l’Europa a cui siamo ormai abituati, dominati da barche piene di uomini adulti, soprattutto tra i 20 e i 30 anni.  

 

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Gli scatti dal confine birmano sono bellissimi e tragici, colorati e dolorosi, e mostrano la difficoltà di uno dei popoli più perseguitati al mondo. Centinaia di persone attraversano fiumi, boschi e campi minati, rischiando la morte nel tentativo di raggiungere gli ormai pieni campi profughi in Bangladesh. Minoranza musulmana in un Paese buddista, del milione di Rohingya presenti in Myanmar, più di 160 mila hanno attraversato il confine nord-occidentale nelle ultime settimane. E il numero potrebbe salire a 300.000, sostiene l’Onu, visto gli scontri che si sono riaccesi a fine agosto tra militari e ribelli nello stato del Rakhine. 

 

 

Proprio il movimento ribelle sembra essere il motivo della scarsa presenza di uomini nelle foto dei migranti. «Mio marito ci ha accompagnato al fiume e poi è tornato indietro», ha spiegato a Afp Ayesha Begum, una donna venticinquenne incinta arrivata in un campo profughi bengalese. «Lui non ci sarà il giorno del parto del nostro sesto figlio, ma non me ne rammarico». Il marito fa parte dell’Arakan Rohingya Salvation Army, guerriglia ribelle che combatte contro la polizia per riaffermare l’indipendenza del proprio popolo. Il governo birmano, infatti, ha revocato ai Rohingya la cittadinanza nel 1982. La guerriglia, di cui non si conosce l’esatta dimensione, combatte con armi artigianali, coltelli e bombe. Nelle ultime settimane ha provocato decine di morti tra le fila governative, causando una violenta contro-offensiva governativa. «Ci siamo salutati e mi ha detto che ci rincontreremo un giorno nel nostro stato libero o altrimenti in Paradiso», ha aggiunto Ayesha, in lacrime.  

 

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Lasciate a loro stesse, le famiglie migranti sono costantemente minacciate, segnalano le Ong presenti nell’area – anche se il governo birmano e la stessa premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi sminuiscano l’entità delle violenze. Dovendo viaggiare senza protezione, le donne Rohingya sono vittime di stupri e violenze da parte delle forze dell’ordine birmane. Molte percorrono decine di chilometri ferite e mal nutrite, con molti bambini da sfamare e proteggere. «E al loro arrivo nei campi del Bangladesh, la situazione non è migliore», spiega un portavoce dell’Unhcr. «I campi sono pieni e stanno terminando cibo, medicine e kit sanitari per donne e bambini. La situazione non è più sostenibile». Mohammad Ponir Hossain, fotografo di Reuters, ha fotografato alcune donne Rohingya che ora vivono con i loro figli nei campi profughi bengalesi.  

 

 

Gli altri volti li conosciamo giorno dopo giorno, attraverso le foto che ci arrivano e a cui, immagine per immagine, ci stiamo abituando. Ma questi scatti raccontano più di quanto noi riusciamo a vedere: gruppi di donne da sole nei boschi, ragazzini che portano in braccio le loro nonne, barche piene solo di madri e neonati. Il lato più vulnerabile di un popolo in fuga è il simbolo di un esodo che non ha fine.  

 

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Ha contribuito Talia Abbas.  

 

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