Copyright © 2017

Le lettere d’amore di Ungaretti alla giovane Bruna: “Dolcezza, fai qualche errorino di grammatica”


Pubblicato il 10/09/2017

Che cosa invidiava Ungaretti a Montale? Forse una confessione di Eliot: «Si dice che Montale mi debba molto. Io debbo molto a Montale». Che cosa invidiava Montale a Ungaretti? Forse l’amore. Quando il carissimo nemico compì ottant’anni, gli rese omaggio: «È piuttosto raro che un poeta continui a scrivere a ottant’anni, ma ciò non è mancato. E che Ungaretti scriva d’amore è ancora più sorprendente, ciò dimostra quanto grande sia la sua vitalità e la sua fede nella vita e nella poesia». Non patirà, Giuseppe Ungaretti, il Nobel a Eugenio Montale, essendo scomparso nel 1970, ma la nomina a senatore a vita sì, nel 1967, salutata - era solito rammentare Carlo Bo - con un’efferata canzonatura: «Montale senatore. Ungaretti fa l’amore».  

 

Il senile batticuore di Ungaretti si ascolta in Lettere a Bruna (Oscar Baobab Mondadori, pp. 658, € 12) , a cura di Silvio Ramat. Quasi quattrocento missive, un «canzoniere» così stilnovistico e così carnale, l’estremo abbraccio splendido della vita a contraddire la verità che rintocca nel Porto Sepolto: «La morte si sconta vivendo». È nell’estate del 1966 che Ungaretti, settantottenne, subisce il fascino di Bruna, ventiseienne laureata in giurisprudenza, langarola d’origine. Il primo incontro in Brasile, a San Paolo. Il poeta si è recato nella metropoli, dove ha insegnato all’Università, per rivedere soprattutto la tomba del figlio Antonietto, scomparso nel 1939, all’età di nove anni. La giovane, che lavora nella filiale dell’azienda vitivinicola paterna, è fra coloro che lo avvicinano per sottoporgli i propri versi. Tornando in Italia, il 14 settembre dal transatlantico «Giulio Cesare» il poeta invia a Bruna un telegramma: «Grazie alla bella ragazza che scrive [sic] poesie semplici et belle et in tutto est poesia semplice et bella il nonno Ungaretti». È l’avvio di una storia che di incontro in missiva si dispiegherà fino al 1969, quando si essiccheranno gli inchiostri del poeta, quando lei, telefonicamente, si rammaricherà per le risposte che più non riceve. 

 

Ma prima fu un coup de foudre, se, sempre in settembre, a neanche un mese dall’aurorale vis-à-vis, Ungaretti si effonde: «Certo, Bruna, che t’amo, e con quale smisurata demenza.[...] Amo per l’ultima volta, e come non ho mai amato, con disperazione. Sei il mio sogno della fine, assurdo, stupendo, orrendo. [...]. M’è rinata nel cuore la poesia...». In breve sfumerà il copione del nonno, se (corre il 1967) Ungaretti domanderà a Bruna, ma invano, di sposarlo: «Caro amore mio, l’atto, l’atto, l’atto che vorrei suggellasse il nostro amore non è un delitto, è semplicemente un matrimonio in regola», appena scalfendo l’urgenza: «Sono molto vecchio, lo so. Non dovrei impegnarti in un modo così rigoroso. Ne ragioneremo in ottobre».  

 

Amore mio, dolcezza mia...Via via, a Bruna, confessando la vita d’un uomo che conosce l’estasi pittorica («...l’ultimo Turner, il Turner senza più altro che colore...»), il disprezzo («Quasimodo era un mediocre poeta che ha rifatto continuamente la mia poesia del Sentimento dannunzianeggiandola»), la sofferenza («E Dio sa come io e la mia famiglia abbiamo patito per 20 anni la fame, per non avere nascosto mai a M. mio amico, dal tempo dei tempi, quello che pensavo di tante sue azioni per me disumane» - M, Mussolini, prefatore di Ungaretti nel ’23, ndr)... Un «dialogo» con Bruna che ispirerà i versi, fra i versi, del commiato, di Ungà («Sei comparsa al portone / In un vestito rosso / Per dirmi che sei fuoco / Che consuma e riaccende...») e di lei, la musa custode finora dell’«ardente segreto»: «Mi aspettavi paziente / Predestinato amore».  

 

 

Roma, il 6 luglio 1967  

Bruna, mia cara  

[...]Non Ti ho detto una delle cose sorprendenti, festose, graziosissime di Londra: le scarpette delle ragazze in minigonna; sono di pelle lucida, di colore tenero, e si vedono così saltellare per le strade, passi eleganti calzati di verde smeraldo, o di verde menta, o di verde erba nascente, o di giallo, o di celeste, o di viola pallido, o di rosa (tutti i rosa): una festa di colori che va e viene sull’asfalto in mezzo al traffico indemoniato.  

Piccolina, amore mio, come stai? Sempre sei qui. Non sei lontana. È vero che sei impalpabile, ed è un’enorme sorpresa e un sacrifizio quando tento d’abbracciarti, e non abbraccio che il mio pensiero continuo, cioè un’idea, un sentimento, tutto, certo, e nulla.  

Piccolina mia, come stai? Presto però ti rivedrò, ti rivedrò corpo e anima, e non solo sogno e anima.  

Qualche volta fai qualche errorino di grammatica, e uno delle tue lettere del 30, 31, non l’avevi mai fatto prima. Come Ti è successo di farlo?  

Il Tuo Ungà  

 

 

Roma, il 4 luglio 1968  

Amore mio,  

mi muovi dei rimproveri. Sappi che intendo, che ti prometto, di fare in tutto e per tutto quello che vorrai. Ti chiederò solo di essere ragionevole, di pensare che ho anche da guadagnare del denaro, perché dobbiamo vivere, e che per questo, Te ed io dovremo fare qualche sacrifizio.  

Devi anche pensare che il libro delle mie poesie complete dovrà uscire presto, e che esigerà ch’io ne segua da vicino le sorti, almeno nei primi tempi. Tutto quanto mi chiederai, lo farò, tutto, Ti amo, la mia vita è tua, puoi esigere qualsiasi cosa. So che non esigerai che io faccia, in ciò che riguarda la mia attività di scrittore, atti che posso potrebbero recare danno pratico a Te e a me.  

Perché dubiti di me? Perché non hai fede in me? Perché sei turbata? Sii serena. Non penso che a trascorrere la mia vita con Te, non ardo che del desiderio di esserti sempre vicino, di continuo vicino, di continuo con il grido strozzato del mio amore sulle Tue labbra, carissime, le tue labbra amorose, amore, vivificanti labbra, bacio che mi fa credere giovane, un giovane Dio, immortale. Illusione? Certo. Ma sublime. Ti amo. [...]  

Ti ama Ungà, ti ama, ti bacia  

 

 

Scopri il nuovo TuttoLibri e abbonati

home

home

La Stampa con te dove e quando vuoi

I più letti del giorno

I più letti del giorno