Madame la Guillotine se n’è andata solo ieri

Quarant’anni fa (il 1977 della morte di Elvis Presley) l’ultima esecuzione con il “Rasoir National” a Marsiglia. Uno strumento nato per ridurre le sofferenze che prese il nome da un medico contrario alla pena capitale

La decapitazione di Luigi XVI in una incisione tedesca di Georg Heinrich Sieveking del 1793


Pubblicato il 10/09/2017
Ultima modifica il 10/09/2017 alle ore 12:42

La ghigliottina e uno pensa a Luigi XVI e Maria Antonietta, a Robespierre e Danton, a Marat e Carlotta Corday, alle illustrazioni della storia della rivoluzione francese del Michelet, brulicanti di furore sanculotto. È facile, invece, che la memoria sovraffollata ci nasconda che l’ultima esecuzione con la «macchina compassionevole» è avvenuta in Francia solo quarant’anni fa, il 10 settembre 1977. L’anno dell’elezione di Carter, della morte di Elvis Presley, il mese in cui uscì il doppio degli Stones Love You Live. Il dubbio onore di essere l’ultimo a rimetterci la testa toccò a un immigrato tunisino, condannato per aver torturato e ucciso una ragazza. I cultori del macabro possono rivedere su YouTube l’ultima esecuzione pubblica nel 1939 a Versailles. (Un genere di spettacolo abolito lo stesso anno. Bisognerà aspettare il 1981 perché Mitterrand cancelli la pena di morte).  

 

La fama sinistra della ghigliottina nasconde alcuni paradossi: l’invenzione aveva in realtà l’intento pietoso di ridurre la sofferenza al condannato; e l’uomo da cui prende il nome, il medico Joseph-Ignace Guillotin, era un illuminista contrario alla pena capitale. Fin dal 1779 Guillotin proponeva di uniformare perlomeno il metodo delle esecuzioni. Allora la decapitazione, con la spada o con l’ascia, era applicata soltanto ai nobili o ai ricchi borghesi. Per il popolo c’era la più lenta e crudele forca se non la ruota dello squartamento o il rogo. 

 

Il dottore illuminato precorreva la sensibilità moderna in un tempo in cui la pena di morte era generalmente considerata naturale. Nel celebre elogio del boia, nelle Serate di San Pietroburgo, De Maistre fa dire al conte: «Ogni grandezza, ogni potenza, ogni subordinazione riposa sull’esecutore: egli è l’orrore e il legame dell’associazione umana. Togliete dal mondo questo agente incomprensibile; nel momento stesso l’ordine lascia il posto al caos, i troni si inabissano e la società scompare». Ancora oggi la maggioranza degli americani sarebbe più o meno d’accordo. 

 

L’idea di Guillotin diede vita a un comitato di esperti per costruire la macchina della morte indolore. Non è chiaro chi meriti il cappello dell’inventore, se il medico di corte Antoine Louis, il costruttore tedesco di clavicembali Tobias Schmid, un funzionario del tribunale di Strasburgo. O infine l’illustre boia Charles-Henri Sanson: «Le spade perdono il filo ad ogni uso - si lamentava -, sostituirle è una spesa insostenibile». 

 

La macchina non nasce dal nulla. Già i romani avevano escogitato un sistema di guide in legno per ottimizzare il colpo letale della pesante ascia bipenne. Gli inglesi vantavano diversi prototipi, di uno parla con scetticismo Defoe; gli scozzesi avevano già spedito molta gente all’altro mondo con la loro «Maiden», poi abbandonata nel 1710; e gli italiani avevano inventato la mannaia. Tragica ironia, nel dibattito era intervenuto anche Luigi XVI, carpentiere per diletto. Il 7 marzo 1792, meno di un anno prima di finire lui stesso sotto la lama, parlò all’Assemblea in favore della ghigliottina: «Sarebbe facile costruire un tale strumento, che avrebbe effetti certi e la decapitazione avverrebbe in un istante, secondo la lettera e lo spirito della nuova legge».  

 

Nato con intenti umanitari, il «Rasoir National» acquisì subito una fama sinistra, tanto che ai primi impieghi fu fatto sorvegliare dai soldati di Lafayette per timore che la folla lo distruggesse. Nacque la leggenda nera che le teste mozzate conservassero per pochi istanti un guizzo di vita. Quando un rivoluzionario schiaffeggiò il capo troncato di Carlotta Corday, molti giurarono di aver visto un moto di sdegno avvampare sul suo viso. Oltre un secolo dopo, nel 1905, il medico Gabriel Beauriux raccontò che, per qualche secondo, la testa del condannato Languille rispondeva al proprio nome con un’alzata di ciglia. Fantasie smentite dalle medicina odierna, che valuta la possibile durata della coscienza dopo la decapitazione in due o tre secondi. Eventuali movimenti sarebbero soltanto riflessi nervosi incoscienti. 

 

Oggi, il consenso alla pena capitale è globalmente crollato, la ghigliottina è uscita definitivamente dalla storia e il presunto sollievo del suo impersonale meccanismo suscita solo orrore. Non si è avverato il progresso, satiricamente previsto dal Giusti, di una ghigliottina a vapore: una macchina che «in tre ore/Fa la testa a centomila/Messi in fila». Il mondo, apparentemente, è invece diventato più buono. 

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