Una guerriera dei mari alla guida della riserva blu

Patrizia Maiorca presidente dell’area protetta di Siracusa “Vorrei riavere i fondali che vedevo da bambina con papà Enzo”

Enzo Maiorca con le figlie Patrizia e Rossana in una foto d’epoca


Pubblicato il 10/09/2017
Ultima modifica il 14/09/2017 alle ore 21:57

L’area marina protetta del Plemmirio, la penisola della costa siracusana cantata da Virgilio nell’Eneide, ha da poco un nuovo presidente, Patrizia Maiorca, la figlia di Enzo. Subacquea, detentrice di record mondiali in apnea, una guerriera dei mari, che siede nel consiglio dei saggi di Sea Shepherd, l’associazione ambientalista forse più radicale e battagliera.  

 

Perché lei presidente?  

«Penso per la mia conoscenza del mare, di questo mare e per le mie battaglie a favore dell’area protetta». 

 

È in corso l’iter per trasformare in riserva anche la costa del Plemmirio.  

«È l’ultimo tratto libero dall’abusivismo edilizio. Il consiglio comunale di Siracusa ha approvato una variante a sua tutela, i costruttori sono ricorsi al Tar, i siracusani si sono ribellati, e io, come cittadina, sono con loro».  

 

Crede nelle riserve blu?  

«C’è una zona che si chiama Seccone del Capo, una secca che sale da 35 a 12 metri e che io considero il termometro dello stato di salute del mare. Qui mi venivo ad allenare con papà, era di una bellezza strepitosa, piena di pesci, sabbia turchese. Ho visto poi la sua distruzione, ad opera di una pesca senz’anima. Bene, in tre anni, dopo l’istituzione dell’area marina protetta, è rinata. Anche se sembra bloccata, nel senso che non genera tutto il pesce che potrebbe, perché ci vanno ancora a pescare i bracconieri. La mia battaglia allora ha un senso e va proseguita». 

 

Talvolta le riserve blu passano per stipendifici.  

«Io presto la mia opera gratuitamente e così i membri del cda. Non abbiamo dipendenti diretti: il direttore è retribuito dal ministero, i ragazzi sui due gommoni che abbiamo in dotazione fanno parte di una cooperativa. E comunque, se non ci sono sprechi, i soldi per la natura sono ben spesi: c’è un ritorno economico e sociale». 

 

Contro la pesca di frodo che fa?  

«Possiamo solo vigilare e chiedere l’intervento delle forze di polizia. Ma servono più controlli: ho lanciato un appello alle autorità al mio insediamento, spero sia stato raccolto». 

 

Resterà in carica 5 anni: qual è il suo obiettivo?  

«Vorrei veder diventare il Seccone del Capo come Ustica, con i pesci che devi spostare con le mani. Ci vorrei arrivare però, più che con i controlli, le sanzioni, con l’educazione. Vorrei che i miei concittadini capissero il valore di patrimonio. Una cernia morta vale per la sua carne, 20 euro al chilo, diciamo 200 euro. C’è uno studio dell’Università di Genova che dice che una cernia viva ha un valore invece di 20 mila euro. Ci sono i diving, i sub, che creano reddito. E poi, non si vive solo di denaro: ci sono le emozioni. Un’area marina protetta contribuisce a renderci felici: se io mi immergo e non vedo un pesce torno a terra demoralizzata, se vedo il Paradiso in mare, allora sto bene». 

 

Si sente guerriera dei mari?  

«Sì, è inevitabile. Quando hai conosciuto il mare da bambina e lo vedi adesso ammalato, non puoi che combattere». 

 

Suo padre Enzo si convertì all’ambientalismo.  

«È nato pescatore. Negli Anni Sessanta stava cacciando una cernia, che si era rifugiata in una tana: le mise la mano sotto, per cercare di tirarla fuori e sentì che aveva il cuore che batteva all’impazzata. Da allora smise di usare il fucile. I pesci purtroppo pagano lo scotto d’essere muti: non sentiamo i loro lamenti. Da qui, è nata la sua anima ambientalista, che lo ha accompagnato per il resto della vita. Fino all’ultimo (è morto l’anno scorso), a fianco di Greenpeace contro le trivellazioni nel Canale di Sicilia». 

 

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