Il Teatro Regio alla corte del Sultano

Orchestra e coro diretti da Noseda inaugurano la stagione operistica della Royal Opera House di Muscat in Oman


Pubblicato il 11/09/2017
Ultima modifica il 14/09/2017 alle ore 12:07
torino

Da fuori sembra quasi un castello, fatto di cubi bianchi di marmo splendente che si specchiano su una grande spianata. Dentro è un teatro, bello, elegante, e ipertecnologico. La Royal Opera House di Muscat è a cinquemila chilometri da piazza Castello: sarà il Teatro Regio a inaugurane la stagione con l’Aida, ultima tappa della tournée internazionale partita a giugno, alla fine della quale orchestra e coro diretti da Gianandrea Noseda avranno percorso una distanza pari a tre volte il giro della luna. 

È lontano l’Oman, e non è solo un dato geografico. «Eppure, entri nel teatro e ti senti a casa: e dico casa perché casa è dove ritrovi la tua cultura». Per il sovrintendente Walter Vergnano è una lezione che dovremmo imparare, cosa significa apprezzare la cultura degli altri. Sulle rive del Golfo Persico, un sultano illuminato, amante dell’arte e soprattutto della musica, ha costruito un teatro d’opera italiano.  

Dopo l’impegnativa trasferta al Festival internazionale di Edimburgo, il Teatro Regio è arrivato in Oman con 12 container che hanno trasportato il titolo più imponente del suo repertorio: un po’ perché è l’Aida, che il trionfo delle scene c’è l’ha nel Dna, un po’ perché è l’Aida con la regia di William Friedkin - che inaugurò la stagione 2015-2016 a Torino - che con grande rispetto e senza volontà di stravolgimenti e adattamenti si è adeguato all’opera di Verdi. 

 

UN’AIDA VERA  

Quella del Regio è quindi un’Aida vera, in cui non si immagina nulla, un allestimento ricco. E per il pubblico omanita (da giovedì 14 al 17 settembre) sarà certo un’esperienza da ricordare: è la prima volta che a Muscat va in scena Aida.  

La Royal Opera House è stata inaugurata nel 2011, l’ha voluta il Sultano Qaboos bin Said Al Said. Cresciuto da un padre eccezionalmente severo nella più rigida disciplina coranica, il Sultano viene mandato a studiare in Inghilterra. E diventa un melomane. Il teatro non è quindi solo una delle maestose opere fatte erigere per dimostrare grandezza (con il Sultano salito al potere nel 1970 l’Oman è uscito dal Medio Evo e ha avviato la modernizzazione), ma nasce da gusto e passione autentici. «Qui siamo davvero distanti dagli eccessi dei confinanti emirati arabi - dice Paolo Giacchero, direttore di produzione del Regio - è tutto molto sobrio, oserei dire british. E poi è ipertecnologico, si vede che è un teatro appena costruito, qui ci sono software all’avanguardia a governare la movimentazione del palcoscenico: soprattutto in un’opera come Aida è di grande aiuto. Così come avere a che fare con persone molto professionali e competenti, molte provenienti da realtà europee: ci sono inglesi, spagnoli, italiani». Italiano è il direttore generale, Umberto Fanni, da settembre 2015.  

 

UN PARADISO  

Sembra un paradiso, per certi versi lo è, ma le differenze in un paese musulmano dove regna un sultano ci sono, e si sentono anche per chi lavora dietro le quinte. Laura Viglione, responsabile servizi di sartoria e vestizione, sta lavorando da gennaio per adattare i costumi di scena alle esigenze degli omaniti. «Non possono essere troppo scoperti o troppo ammiccanti: abbiamo fatto un lungo lavoro per adeguarci alle esigenze religiose senza snaturare le scelte artistiche. La fortuna è che questa Aida è nata con un gusto molto cinematografico, con tuniche di lino, abiti chiari. Si è trattato di coprire busti e ginocchia, anche per gli uomini. Per le donne, le regole sono ancora più severe». Il problema più grande pare sia stato nella scena del trionfo, dove le ballerine hanno solo un gonnellino e una fascia di pelle come reggiseno. Le avranno anche sul palco della Royal Opera House di Muscat: ma sopra un costume e calzamaglie coprenti.  

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