Inchiesta e rivolta delle lavoratrici: bufera sulle pulizie in Regione

Indagine della procura sul vecchio appalto scaduto ad agosto: addette sul piede di guerra per la nuova gara

Il nuovo appalto per la pulizia degli uffici regionali è stato bandito in ritardo, così l’ente ha dovuto trovare una soluzione tampone per garantire l’occupazione delle lavoratrici e il decoro dei palazzi


Pubblicato il 11/09/2017
Ultima modifica il 12/09/2017 alle ore 07:32
torino

Il costoso appalto per la pulizia degli uffici regionali rappresenta una doppia iattura: su quello vecchio, affidato 2013 e scaduto il mese scorso, la Regione ha presentato un esposto in procura per segnalare una serie di anomalie nella gestione dei servizi e nella contabilizzazione delle ore di lavoro; su quello nuovo, bandito per errore in ritardo, l’amministrazione ha dovuto cimentarsi in una soluzione ponte per garantire l'occupazione alle 124 addette alle pulizie e mantenere il decoro degli uffici nei prossimi due mesi, in attesa della conclusione della gara. Le superfici da lavare e spolverare ogni giorno nei palazzi regionali, dalla sede di piazza Castello agli uffici periferici di Ivrea, sono come oltre 10 campi da calcio.  

 

L’APPALTO  

Partiamo dalla prima iattura, del valore di oltre 13 milioni di euro. L’appalto scaduto è stato vinto nel 2013 dall’associazione temporanea di imprese Meranese servizi Spa, con una durata di 4 anni più due eventuali. Su questo appalto sono in corso accertamenti: alcune lavoratrici sono state sentite nei mesi scorsi in procura, perché la Regione ha sollevato rilievi sui resoconti di spesa. In altre parole il conteggio delle ore lavorate non tornerebbero alla perfezione con quelle contabilizzate, in particolare quelle fatte negli anni passati. Errori di gestione? Sviste? Chissà: in compenso molte lavoratrici, negli ultimi mesi, a partire da marzo-aprile, sarebbero state sottoposte a ritmi «forzati» di pulizie, fino a 10 ore al giorno, costrette «quasi a pulire dove era già pulito». E più di una volta le dipendenti si sono lamentate che il materiale in dotazione scarseggiava. All’inizio dell’appalto, le lavoratrice erano più di 160: alcune di queste, dopo l’esplosione nell’estate del 2013 dell’impianto antincendio del museo di Storia Naturale e la sua successiva chiusura, erano finite in cassa integrazione. Giusto per aggiungere un po’ di malasorte. 

 

L’AMMISSIONE  

La seconda iattura arriva da sé, con il nuovo appalto, visto che quello vecchio è scaduto al 4 di agosto. E ad ammetterlo è lo stesso assessore al Bilancio Aldo Reschigna. «Sì purtroppo c’è stato un problema - dice -: gli uffici pensavano di poter gestire la nuova gara con il sistema Consip. Quando si è scoperto che ciò non era possibile, abbiamo subito preparato un nostro bando di gara che scadrà il 15 ottobre». Valore stimato oltre 6 milioni di euro, per la durata di un anno. Ma in questi giorni si settembre chi fa le pulizie?  

Dopo una serie di trattative con l’Ati Meranese, la Regione ha ottenuto dall’azienda l’impegno a proseguire il servizio «alle stesse condizioni economiche vigenti», ma solo fino al 30 settembre. E dal 30 settembre al 15 ottobre chi farà le pulizie? Ci penserà l’impresa che vincerà il «bando tampone» bandito d’urghenza nei giorni scorsi attraverso la negoziazione aperta del sistema Mepa, il mercato digitale che consente alle pubbliche amministrazioni di acquistare bene e servizi per valori inferiori alla soglia comunitaria. Ma questa procedura, utilizzabile per spese limitate, avrà un effetto diretto sulle lavoratrici, perché comporterà una riduzione delle ore lavorate nella fase transitoria. Pazienza se gli uffici regionali, in quei gironi, non saranno più lindi come nel periodo di super lavoro. Tradotto in numeri, il bando tampone, che scade questa settima, è calcolato su 81 addetti, per 3 ore di lavoro al giorno, e non sulle attuali 124 addette. «Una cosa inaccettabile. Non possono essere le lavoratrici a pagare per gli errori degli uffici regionali. Chi resta a casa non potrà nemmeno ottenere la cassa integrazione» dice Angelina Scavo, agguerrita portavoce del sindacato autonomo Fisal. E se per ipotesi le 81 addette accettassero di divedere le 3 ore di lavoro con le altre colleghe, ognuna di loro dovrà lavorare metà tempo, per una paga giornaliera di circa 7 euro.  

«Comprendo a fondo il disagio che ci sarà nella fase transitoria, perché sono in ballo le vite di persone che lavorano. Posso assicurare - afferma Reschigna - che il nuovo appalto garantisce la clausola sociale: tutti lavoratori dovranno essere assorbiti dall’impresa che vincerà la gara».  

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