Italgas, la start-up dell’800 che anticipò il futuro

Nata 180 anni fa con capitali piemontesi e lionesi, simbolo della Torino che fa impresa, oggi è regina del metano in Italia e terza in Europa

Un’immagine dell’Italgas a Borgo Dora, nella Torino dei primi del Novecento


Pubblicato il 11/09/2017
Ultima modifica il 19/09/2017 alle ore 02:31

I grandi scheletri dei gasometri è ancora lì, in corso Regina Margherita, assediato dalle scritte sui muri. Un monumento di metallo e ruggine alla Torino dell’industria, alla città che, prima di trasformarsi in fabbrica e successivamente scartare verso il turismo culturale, s’inventò un colosso energetico d’avanguardia. Una start-up da migliaia di posti di lavoro, nata grazie ai soldi francesi, capace di sopravvivere alle guerre e attraversare i confini, di resistere alle scalate di finanzieri con la bava alla bocca e alla speculazioni dei banchieri per poi finire nella pancia dell’Eni, e uscirne soltanto una manciata d’anni fa. Prima con l’ingresso in Snam, poi con la quotazione - un ritorno - in Piazza Affari, nel 2016.  

 

La città s’illumina

Se a 180 anni esatti dalla fondazione l’Italgas continua a essere un biglietto da visita discreto della Torino che fa impresa, dice lo storico Valerio Castronovo (curatore del volume Luce, calore, energia. 180 anni di Italgas, di prossima uscita per Laterza), è soprattutto perché la storia dell’azienda non ha mai smesso di intrecciarsi con quella cittadina: innovazione e investimenti, sì, ma senza fughe spericolate. Pure il battesimo di Italgas, in qualche modo, anticipa il futuro: la «Compagnia d’illuminazione a gas per la città di Torino» prende forma sull’asse Torino-Lione, fino a quel momento via della seta per chi traffica nel tessile. La scommessa energetica è figlia di una convergenza d’interessi: i lionesi apportano i due terzi del capitale, i mercanti piemontesi - che fanno da ponte - ci mettono il resto. Sono le basi su cui prende forma il primo impianto, in Borgo Dora, avamposto per la crescita transalpina nel Nord del Paese, da Bergamo a Pavia.  

 

È un momento politico cruciale, Torino ha 120 mila abitanti, la Fiat arriverà solo sessant’anni più tardi. E la «Compagnia» cresce, nel 1846 firma la convenzione con il Comune di Torino per la fornitura di un servizio di illuminazione della città per nove anni, dieci anni più tardi si fonde con la Società anonima piemontese unificando la rete di distribuzione e, nel 1863, debutta la Società Italiana per il Gas, Italgas. Quando nel 1899 Torino diventa la prima capitale dell’auto, con Italgas possiede anche una importante industria nei servizi, soprattutto nell’illuminazione pubblica, visto che quella delle case, allora, è ancora un bene di lusso. 

 

I rivali si chiamano Sip (Società Idroelettrica Piemontese, l’antenata della compagnia telefonica) e Edison, e la trazione è sempre italo-francese: un’alleanza che si rafforza negli anni della prima guerra mondiale. Il conflitto, ricostruisce Castronovo, semmai si fa sentire più tardi, con le importazioni di carbone dall’Inghilterra che, per effetto dei cambi, diventano inevitabilmente più costose.  

 

Sotto la guida di Frassati

È un momento però in cui la domanda energetica è alta, soprattutto da parte delle famiglie dell’alta borghesia, ma lo scenario è cambiato: numerose città passano a una amministrazione socialista o popolare, c’è la tendenza a municipalizzare le società, una possibilità che sfiora anche l’Italgas, che supera indenne pure la stagione tumultuosa delle tensioni sociali. 

 

Se agli esordi del governo fascista l’azienda vive un periodo di relativa normalità, con la rivalutazione della lira si complica tutto. Perché, in quel momento, s’affaccia al vertice del gruppo Rinaldo Panzarasa, finanziere d’assalto, raider che ne assume il controllo e mira a raddoppiare con Sip. Ha l’appoggio della Banca Commerciale, impegnata in una battaglia con il Credito Italiano che, a denominazioni sociali differenti, prosegue ancora oggi. Panzarasa si indebita, scarica le esposizioni sui conti di Italgas, e quando la Grande Crisi sconvolge la finanza nei bilanci della società torinese s’è aperta una voragine. 

 

Il titolo affonda in Borsa, i dirigenti della Banca Commerciale suggeriscono a Mussolini l’uomo che può guidare il rilancio. È Alfredo Frassati, che nel 1925 il Duce ha defenestrato dalla direzione della Stampa. Ma sono altri anni e a sentire quel nome, ricorda Castronovo, «Mussolini non si compiacque né si oppose». Frassati è un giolittiano, un liberale democratico. È uomo di esperienza, è stato capace di trasformare un giornale in un’azienda. Riesce a evitare che l’impresa finisca nella pancia dell’Iri, imposta una strategia prudente. E i piccoli passi funzionano fino all’8 settembre 1943, quando è costretto a fuggire in Svizzera.  

 

Al ritorno, piloterà fino alla morte, nel 1961, lasciando la successione nelle mani di Paolo Thaon di Revel, il «conte rosso» già ministro delle Finanze di Mussolini. Il suo compito è difendere l’azienda dalle incursioni, cavalcando il miracolo economico. Lo fa puntando sul settore metanifero, fino a quel momento poco sviluppato. Dura poco, perché nel 1967 il pacchetto azionario viene acquistato dall’Eni e il metano diventa un protagonista assoluto della vita quotidiana di milioni di italiani. Trentacinque anni più tardi, il titolo viene ritirato dalla Borsa, dove era presente fin dal 1900. È il preludio all’acquisto da parte di Snam, la società che gestisce i metanodotti, e all’espansione internazionale, dal Brasile all’Est Europa.  

 

Meno di un anno fa lo scorporo, con il ritorno a Piazza Affari: nel suo settore Italgas è la prima società in Italia e la terza in Europa, con un piano di investimenti da 5 miliardi da qui al 2023 e, dice l’amministratore delegato Paolo Gallo, lo spirito «di una start-up da 4000 persone». 

 

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