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La diaspora ebraica, un modello che oggi insegna qualcosa sulle migrazioni di altri popoli

Il dibattito a Milano alla giornata europea della cultura ebraica: la doppia natura della dispersione positiva e dell’esilio negativo, la conservazione della lingua nei secoli

Alla Giornata europea della cultura ebraica ha partecipato anche il ministero dell’Interno, Marco Minniti (il secondo da sinistra)


Pubblicato il 11/09/2017
Ultima modifica il 11/09/2017 alle ore 07:58
milano

Duemila anni di diaspora ebraica hanno qualcosa da dire a un’Europa sempre più segnata dalle migrazioni di chi fugge da guerre e fame. Per questo il tema scelto quest’anno per la Giornata europea della cultura ebraica è stato “Diaspora, identità e dialogo”.  

 

«Sappiamo che cosa vuol dire essere rifiutati, e la nostra storia è un modello positivo di integrazione» ha detto nella sinagoga di Milano piena di visitatori il presidente dell’Unione Comunità ebraiche italiane Giorgio Mortara.  

«Essere diaspora ci permette di comprendere meglio gli altri» conferma il presidente della comunità ebraica milanese Raffaele Besso. «La Bibbia ci insegna che abbiamo doveri verso lo straniero, il quale a sua volta ha doveri nei confronti della comunità che lo accoglie». 

E già dai primi interventi si capisce quanto il termine “diaspora” sia ambivalente. C’è l’etimologia greca che riporta alla “dispersione” foriera di buoni frutti e opportunità; e c’è quella ebraica di “galut”, ovvero l’esilio, che rimanda al ghetto e alla persecuzione. 

 

Quanto all’aspetto più costruttivo, sul portale dell’ebraismo italiano si legge: «La diaspora non è solo, né prevalentemente nostalgia. È sfidare il proprio tempo e rispondere alle persecuzioni andando altrove, reinvestendo su un nuovo inizio da un’altra parte. È conservare un po’ di ciò che si riesce a salvare nella fuga, soprattutto è reinvestire il nuovo luogo di una speranza di rinascita, di crescita e anche rinnovamento e senza dimenticare che prima o poi, forse, si tornerà da dove siamo partiti all’inizio, consapevolmente diversi». 

 

Il “galut”, invece, rimanda a una visione meno allegra, e genera una sorta di scissione nella personalità. «Il mio cuore è Oriente e io mi trovo alla fine dell’Occidente» scriveva il più grande poeta ebreo medievale, Yehuda Halevy.  

«E tuttavia anche questo aspetto drammatico, di persecuzione, non va dimenticato perché è stato formativo» spiega il presidente della assemblea rabbinica italiana Rav Alfonso Arbib. «Il Galut rappresenta la precarietà del popolo ebraico, una precarietà geografica, psicologica e culturale, il non sapere dove si sta; certamente negativa, fonte di sofferenza, eppure secondo la tradizione ebraica anche un bene». In quanto mette al riparo dalla superbia e dal delirio di onnipotenza, fonte di ogni male per la morale ebraica.  

 

Dall’astratto al concreto, dal passato al presente, il rabbino capo sottolinea l’importanza - oggi - del dialogo interreligioso e interculturale, mettendo in guardia però, da due trappole: «La banalizzazione, che per ottenere il dialogo banalizza le differenze, che invece, per arricchire, si devono vedere; e la censura, perché se è giusto non offendere l’altro, è importante anche dire ciò in cui non si è d’accordo». 

 

Un aspetto a sé della diaspora riguarda la lingua, quella che forse più mette a dura prova - o salva - l’identità di un popolo. Ne ha parlato Cyril Aslanov, già professore alla Sorbona e membro dell’Accademia della lingua ebraica di Gerusalemme. Poliglotta (14 lingue), incarna due diaspore in famiglia, l’ebraica e l’armena. «Quando si lascia il luogo di nascita, c’è il rischio di erosione della propria lingua», spiega, «l’esperienza storica ebraica è riuscita di rado a preservare la lingua parlata, mentre ha conservato quella in cui studiava e pregava».  

Questo perché, spiega il professore, «la Sapienza ebraica invita a non avere feticismi per la lingua parlata, mentre quella dello studio e della preghiera merita lo sforzo di essere conosciuta e mantenuta in uso». 

 

Dove questo sforzo non si è fatto, si è persa la lingua e anche l’identità. «È quello che è successo alla grande comunità ebraica di Alessandria d’Egitto, che aveva rinunciato a ebraico e aramaico per assimilarsi meglio alla koiné; similmente oggi negli Usa dove non si è mantenuto questo santuario linguistico, certo ebraismo riformato è poco diverso da certe espressioni del protestantesimo americano». 

 

E del “santuario linguistico” armeno ha parlato la scrittrice Antonia Arslan, che ha ricordato la fondamentale esperienza del monaco Mechitar nell’isola veneziana di San Lazzaro. Qui nacque la riscoperta della lingua, della letteratura e della cultura armena. «La diaspora armena attuale soffre molto per la perdita della lingua» ha detto la scrittrice, «le lingue di diaspora si tingono delle lingue ospiti e a poco a poco si perdono». 

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