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Cultura
Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 12/09/2017.
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Da Roma a Manhattan, la storia e le voci della comunità ebraica più antica d’Occidente

Per la prima volta un museo italiano si sposta a New York. Dal giovedì fino a metà gennaio il Museo Ebraico di Roma espone sé stesso e la storia della comunità ebraica più antica d’Occidente a Manhattan, al Center of Jewish History, sulla cui facciata sarà proiettata l’immagine del Tempio Maggiore di Roma. Il «Rome Lab» è un pop-up space, ovvero un museo a tempo, che ospita un percorso multimediale e le voci dal vivo della cultura ebraica romana. L’idea è venuta a Natalia Indrimi, direttrice del Primo Levi Center di New York, e ad Alessandra Di Castro, che dirige il museo ospite.  

 

«Il Center of Jewish History è un consorzio di musei ebraici, e il Primo Levi Center ne fa parte», spiega Natalia Indrimi. «Lo Yeshiva University Museum ci ha invitato a collaborare a una mostra sull’Arco di Tito, simbolo della presenza bimillenaria degli ebrei a Roma. Da anni collaboriamo con il Museo Ebraico di Roma e abbiamo pensato di portarlo, in contemporanea alla mostra, come casa della comunità ebraica romana, per farlo conoscere agli americani. Con il Rome Lab offriremo un tipo di racconto diverso, che alterna le voci della comunità a quelle di commento di studiosi». 

 

Il laboratorio, curato da Alessandro Cassin, Valerio Ciriaci e Isaac Liptzin, consiste in un’installazione virtuale, che si articola in tre spazi: il quartiere ebraico, il tempio maggiore e il museo. «Vogliamo mostrare come il quartiere ebraico sia incastonato nella città di Roma», spiega Indrimi, «sulle pareti scorreranno immagini della piazza nel quotidiano. In uno spazio chiuso, che è quello della preghiera, abbiamo creato un soundscape con le eccezionali registrazioni liturgiche fatte dai custodi della memoria Emanuele Pacifici e Leo Levi, sulle pareti sono riprodotte immagini dei luoghi di culto. Infine nello spazio del museo ebraico di Roma scorrono le sue straordinarie collezioni». 

 

E la sera si spengono i proiettori e arrivano i protagonisti della vita ebraica di Roma assieme agli studiosi per portare testimonianze. L’evento del rabbino Alberto Funaro, che esegue antichi brani liturgici, è già sold out. Ci sarà anche uno studioso, Daniel Leisawitz, che parla del dialetto giudaico romanesco. La storica Serena Di Nepi interviene sulla storia del ghetto di Roma e sulle traduzioni in ebraico che il celebre rabbino Leon da Modena fece dell’Orlando furioso. «Tutto questo ha un grande potere attrattivo sugli americani», conclude Indrimi. «L’ebraismo americano si specchia con una storia ottocentesca, è quello l’orizzonte storico. La possibilità di guardare e conoscere un mondo ebraico vivo, nato prima di quello europeo, crea una grande fascinazione e curiosità. Noi vogliamo far conoscere tutto questo, e presentarlo in modo autentico». 

 

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Ariela Piattelli
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