Nascono gli “ambulatori popolari” per stranieri, poveri e clandestini

Per chi vive nel limbo della mancanza di documenti, ottenere una diagnosi o un certificato è un dramma, per questo alcuni medici si autofinanziano e curano chi non ha nulla.


Pubblicato il 12/09/2017
Ultima modifica il 12/09/2017 alle ore 18:42
milano

Fa ancora caldo alle 7 di sera a Milano. Ahmed aspetta paziente il suo turno. Ha 27 anni ed è arrivato dall’Algeria da otto mesi, ha una brutta ferita alla mano e le uniche parole che conosce in italiano sono «Dottore, male». È in fila per essere visitato all’ambulatorio medico popolare di via dei Transiti.  

A metà tra i popolosi e multietnici quartieri di via Padova e viale Monza, assiste gratuitamente tutti gli abitanti della zona, soprattutto migranti senza permesso di soggiorno. La fuga dalla sanità di base colpisce soprattutto gli “irregolari”: chi non ha la tessera sanitarià né il medico di base né tantomeno il codice Stp (straniero temporaneamente presente) che dà diritto alle cure di urgenza del Pronto soccorso e basta.  

 

Pochi medici di base conoscono questo codice e ancora meno tra le comunità di nuovi arrivati. Risultato? Niente prescrizioni per esami o visite e addio prevenzione. Per chi vive nel limbo della mancanza di documenti anche un certificato o una diagnosi è un dramma. Occupano gli ultimi gradini della scala sociale e il diritto alla salute è un optinal per loro. Chi può va a farsi curare in stazione centrale dall’ambulanza della Croce Rossa, oppure nel centro per i migranti di via Sammartini.  

 

Tanti, tantissimi dimessi dopo l’ospedale o donne che hanno appena partorito approdano negli spazi affianco alla casa occupata dal centro autogestito Transiti 28. Ottocento ogni anno, quasi 20 mila persone curate dal 1994. Altre esperienze simili a Bologna e Napoli e piccoli sportelli ovunque c’è un centro sociale. 

 

«Siamo nati più come progetto politico che come assistenza vera e propria, con l’idea di chiudere subito con l’estensione delle cure a tutti. È successo esattamente il contrario e oggi i migranti hanno meno diritti e noi siamo ancora qua», racconta la fondatrice dell’associazione ambulatorio medico popolare Francesca Di Girolamo. Nel frattempo, dopo anni di tentativi di sfratto, hanno trovato un accordo con il proprietario dello stabile e dal 2012 versano un affitto di 150 euro al mese. E per autofinanziarsi in programma hanno anche cene, presentazioni di libri e collette.  

 

È la risposta dal basso alla mancanza di cure, una “sanità alternativa” che non tiene conto dei documenti di soggiorno che spinge i sette medici e altrettanti volontari dell’associazione nata su misura ad aprire questo spazio di appena 40 metri quadrati ogni lunedì e giovedì, dalle 19 a quando si finiscono le visite.  

 

Ancora Di Girolamo: «Ci sono sere che non c’è nessuno ed altre che arrivano 30 pazienti. Non facciamo ricette perché non possiamo, medichiamo e distribuiamo solo farmaci che ci hanno donato. Cerchiamo di indirizzare le persone, spiegare i propri diritti e nei casi più gravi chiamare l’ambulanza».  

In più di vent’anni di attività sono cambiati anche i pazienti: fino a dieci anni fa erano persone del Maghreb, oggi sono soprattutto bengalesi che vivono nei dintorni.  

 

«Molti di loro vendono fiori ai semafori o tra i banchi del mercato. Condividono il letto con altre persone, vivono in tanti nello stesso appartamento. In queste condizioni di igiene precaria è facile che si presentino con dermatiti, allergie o un mal di schiena cronico dopo 14 ore di lavoro», spiega Pietro, 27 anni e una specializzazione in medicina d’urgenza.  

 

Nello stesso piccolo spazio dell’ambulatorio negli anni sono spuntate altre iniziative: il telefono viola per parlare del disagio sociale e un consultorio tutto dedicato alle donne: cicli di incontri, contraccezione d’emergenza, informazioni sull’interruzione di gravidanza. Da un anno è in stand-by ma le volontarie sperano di riaprirlo «coinvolgendo altre donne, ginecologhe, ostetriche».  

 

Gode invece di ottima salute il progetto “Spampanato”, spazio psicologico di mutuo aiuto grazie all’idea di una psicologa argentina, Lulù. Non è terapia ma è uno scambio di sostegno psicologico per favorire l’integrazione tra chi è ancora spaesato.  

 

Il senso di tutte queste ricette dal basso lo spiega Rosa, 33 anni, medico al Policlinico e volontaria: «Concettualmente è giusto e bello fare il medico per tutti. Per questo non è accettabile che la sanità non sia un diritto universale. Non possiamo negare la salute in nome del rispetto delle regole».  

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