La minaccia dei fiumi “tombati”. Una rete di 12 mila chilometri

Alluvioni e nubifragi dimostrano la pericolosità dei canali sotterranei. Ma in Italia non è ancora stato compiuto un rilevamento completo
LAPRESSE

La macchina dei soccorsi - con l’aiuto di cittadini e volontari - si è messa subito al lavoro a Livorno per liberare strade e case dai detriti


Pubblicato il 12/09/2017
Ultima modifica il 12/09/2017 alle ore 08:59
roma

Una mappa precisa non c’è, ma sappiamo che in Italia ci sono circa 12mila chilometri di corsi d’acqua «tombati». Fiumi, torrenti e rivi coperti da edifici e strade e trasformati in canali sotterranei. Per due secoli nelle Università si è insegnato che un fiume è un semplice collettore. Un «tubo» che si può trasformare in qualcosa d’altro usando cemento e buoni calcoli. La dinamica naturale di un fiume - che da sempre «vive» passando per fasi di magra e di espansione, ma anche di esondazione - è stata cancellata attraverso l’ingegneria.  

 

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Oggi abbiamo scoperto che questi fiumi «tombati», questi canali sotterranei su cui sono state costruite case e uffici in cui vivono e lavorano persone, nella loro «tomba» non ci stanno. Per colpa delle le precipitazioni «normali», di quelle potenziate al parossismo dal cambiamento climatico, ma anche per i flussi generati dalla impermeabilizzazione del territorio dovuta al consumo del suolo, a Livorno, Genova e in molte altre città l’acqua alla fine esplode letteralmente fuori da questi poveri fiumi tombati, cementificati, o strangolati da argini e ponti mal concepiti. Con conseguenze distruttive e devastanti, in termini umani ed economici. 

 

La «tombatura» dei fiumi è un’invenzione francese: furono gli ingegneri del servizio delle «Acque e dei Ponti» del Regno d’Italia di Napoleone Bonaparte a immaginare per primi la necessità di coprire certi rivi minori all’interno delle città. La ragione era sanitaria: questi corsi d’acqua erano fogne a cielo aperto, potevano e dovevano essere trasformati in fogne ben chiuse che sfociavano nei fiumi più importanti, liberando le città e risanandole da cattivi odori ed epidemie. Tra fine Ottocento e inizio Novecento in tante città grandi e piccole del Belpaese molti rivi furono così «tombati», e coperti da strade e salubri viali alberati per il passeggio.  

 

Successivamente, la motivazione di queste opere di sistemazione idraulica cambiò: negli Anni 60, 70 e 80 sempre più rivi vennero coperti per ragioni urbanistiche o per permettere l’edificazione di nuove costruzioni. I corsi d’acqua non coperti ebbero argini di cemento, il loro scorrere venne regimato, rettificato, ristretto e ingabbiato, e nel loro alveo vennero costruiti ponti e a volte anche edifici d’abitazione. Le aree paludose e le cosiddette «casse di espansione» in cui un tempo i fiumi riversavano l’eccesso di acqua non ci sono più. Nelle zone all’esterno delle città il terreno agricolo è stato occupato da case, centri commerciali, capannoni industriali, parcheggi. Il consumo del suolo continua ad aumentare, amplificando il processo di impermeabilizzazione: solo nel 2015-2016 sono stati «consumati» ogni giorno una media di 30 ettari. Tre metri quadri di suolo artificiale in più ogni secondo che passa. 

 

 

Ma i fiumi - abbiamo verificato a nostre spese - non sono corpi «morti», ma «vivi». L’acqua che non può più scendere verso le falde sotterranee perché bloccata da cemento e asfalto, da qualche parte deve pur andare. Se piove molto, l’acqua che prima scorreva in un alveo fluviale di cento metri non ce la fa a passare dentro un canale sotterraneo largo solo venti metri. Adesso che il clima è cambiato, o non piove per molti giorni, o quando piove, piove tantissimo. L’acqua che giunge nella strettoia del fiume tombato, «esplode», e va dove ci sono le case e le persone. 

 

La mappa che pubblichiamo accanto indica solo alcuni dei casi più eclatanti di questa situazione. Che secondo gli esperti è particolarmente pericolosa soprattutto nelle Regioni meridionali, dove sono state realizzate a suo tempo opere di qualità peggiore. Come spiega l’ingegner Martina Bussettini, ricercatore dell’Ispra, non si può fare moltissimo per rimediare: ci sono a volte dei sistemi di deflusso, si possono realizzare delle opere per rimediare alle situazioni più gravi, «ma l’Italia - spiega Bussettini - può essere paragonata a un paziente con gravi problemi circolatori cui si applica uno stent per far passare meglio il sangue dove le arterie sono più strette. L’unica cosa che si può fare veramente è tenerlo sotto controllo e vigilare». 

 

Vigilanza, investimenti come quelli in corso (9400 cantieri avviati in tutto il paese e monitorati dalla task force di governo #Italiasicura). Ma c’è anche chi propone di imitare quanto si fa in paesi come la Germania, dove si spende per «rinaturalizzare» i corsi d’acqua. Gli alvei rettificati e le sponde in cemento si demoliscono; si ripristinano le aree di espansione; si piantano sulle sponde alberi di alto fusto, che aumentano la capacità del suolo di trattenere le acque. Vogliamo provarci anche nelle nostre città? 

 

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