Disoccupazione ai minimi, crescono le donne al lavoro

Il tasso dei senza impiego scende al 10,9%, ma restano i nodi di giovani e Sud


Pubblicato il 13/09/2017
Ultima modifica il 21/09/2017 alle ore 02:30
milano

Eppur si muove. I bollettini di guerra che l’Istat ci ha propinato negli ultimi anni lasciano ora intravedere qualche sprazzo di luce e il futuro torna a colorarsi un po’ di rosa. Come ci rivelano i dati relativi al secondo trimestre del 2017 che l’Istituto di statistica ha reso pubblici ieri, calano i disoccupati, aumentano gli occupati (ma otto su dieci sono contratti a termine), cresce l’occupazione femminile.  

 

Tutto bene? Il barometro dice di si, ma i dati vanno maneggiati con cura e senza pericolose euforie. Il trend più vistoso è quello del tasso di disoccupazione, sceso al 10,9%. Sono passate meno di due settimane dalle stime del bollettino mensile su luglio (11,3%) e i dati destagionalizzati portano ora l’asticella sotto l’11% con un -0,4%. Una buona notizia, quindi, anche se restano i nodi della disoccupazione dei giovani e del Mezzogiorno e lo stigma dei disoccupati di lunga durata (1,7 milioni), senza lavoro da oltre 12 mesi: perdere il lavoro in Italia vuol dire spesso non riuscire più a salire sulla giostra dell’occupazione. Preoccupante è soprattutto il tasso dei disoccupati al Sud che viaggia al 44%. Questi dati in chiaroscuro vengono in parte compensati da quelli sugli occupati. L’occupazione complessiva balla intorno alla soglia psicologica dei 23 milioni (22 milioni 985 mila persone), ma gli occupati crescono (153 mila in un anno), con un tasso arrivato al 58,1%. A crescere sono però solo i dipendenti (+356 mila, +2,1%), tre quarti dei quali a termine (+278 mila, +11,2%), mentre rilevante è la diminuzione degli indipendenti (-203 mila, -3,6%). A livello congiunturale (+78 mila, +0,3%) notiamo poi che l’aumento dei dipendenti (+149 mila, +0,9%) è in oltre otto casi su dieci a termine (+123 mila, +4,8%).  

 

Per quanto riguarda le donne, il tasso di occupazione femminile è giunto al 49,1% (+0,6 punti in un anno). Il dato è positivo solo in apparenza perché, nonostante la crescita, siamo sotto di 13,2 punti rispetto alla media Ue (circa il 62%). Solo la Grecia fa peggio. E rispetto al 2008 il tasso di occupazione femminile è cresciuto di soli 1,6 punti percentuali.  

 

Un po’ di crescita comunque c’è stata e i fattori che spiegano l’aumento della partecipazione femminile al lavoro sono diversi: i cambiamenti culturali, l’aumento del livello di istruzione, la terziarizzazione dell’economia, l’aumento delle occupate straniere nei servizi alle famiglie, i carichi familiari e l’inasprimento dei requisiti per l’accesso alla pensione. Nonostante il miglioramento del tasso di occupazione femminile, restano poi ancora profonde le disuguaglianze tra nord e sud. I dati che l’Istat ci propone vanno quindi letti con attenzione e senza trionfalismi. Ma come è possibile a questo punto navigare sulla cresta di un’onda favorevole per non finire di nuovo nella tempesta? L’agenda delle cose da fare è impegnativa. La decontribuzione delle assunzioni dal 2015 a oggi ha creato un tesoretto di posti di lavoro da non sciupare, ma non potrà durare all’infinito.  

 

Giusto orientarla soprattutto ai giovani (e al sud), ma è l’ora di sostituirla con provvedimenti non temporanei ma strutturali (cuneo fiscale e contributivo). Il decollo delle politiche attive è in pieno di svolgimento ma richiede più condivisione e più ambizione: l’indagine Istat dice anche che rivolgersi a parenti, amici e conoscenti rimane ancora la pratica più diffusa nella ricerca del lavoro (83,5%). Ancora da assestare è poi l’equilibrio tra stabilizzazione dei posti di lavoro e precarietà. Infine, è indispensabile una più coraggiosa adozione di nuove politiche industriali. E’ ora la domanda delle imprese che può trainare la crescita e lo sviluppo.  

 

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