Mediobanca, Pirelli conferma l’addio. I Pesenti decideranno a fine mese

Il gruppo della Bicocca: “Consegnata la disdetta al patto per l’intera partecipazione”. Italmobiliare scioglierà entro settembre il nodo in un Consiglio d’amministrazione ad hoc
AFP

Marco Tronchetti Provera), vicepresidente esecutivo di Pirelli


Pubblicato il 13/09/2017
Ultima modifica il 13/09/2017 alle ore 08:14
milano

Pirelli, con una nota ufficiale, conferma la sua uscita dal patto di sindacato di Mediobanca. Come anticipato da questo giornale, il gruppo guidato da Marco Tronchetti Provera «rende noto di aver comunicato» ieri «al presidente dell’Accordo per la partecipazione nel capitale di Mediobanca la decisione di esercitare il diritto di disdetta dall’accordo». L’uscita avrà effetto «dalla sua naturale scadenza del 31 dicembre 2017» e varrà per l’intera partecipazione detenuta dal gruppo della Bicocca, pari a circa l’1,79%. Nessun cenno sulla motivazione che ha portato Pirelli a decidere l’addio alla storica presenza tra i grandi azionisti. 

 

Ma anche nel piano industriale 2017-2020 che accompagna il ritorno a Piazza Affari del gruppo si sottolinea il suo ruolo di «pure consumer tyre company», concentrata sulla produzione di pneumatici e posizionata strategicamente sui segmenti «tecnologicamente più avanzati, ad alta crescita e ad alta redditività». Una direzione che lasciava poco spazio a posizioni finanziarie come quella in Mediobanca, che ora con ogni probabilità finiranno sul mercato. D’altro canto nella stessa Piazzetta Cuccia l’ad Alberto Nagel e il management lavorano da tempo per rendere l’istituto sempre più indipendente, con meno intrecci e parti correlate. Anche nel caso di Pirelli è stata proprio Mediobanca a sciogliere per prima il legame con la Bicocca, consegnando due anni fa le sue quote all’Opa di Marco Polo. Insomma, il processo iniziato a valle con la vendita delle partecipazioni, prosegue ora a monte per semplificare il quadro, nel segno di un capitalismo moderno. Il tutto in pieno accordo con il primo azionista, Unicredit, che in casa sua - sotto l’impulso dell’ad Jean Pierre Mustier - sta compiendo un analogo processo. 

 

L’assemblea del patto che si riunirà il 22 settembre sarà così probabilmente l’ultima, nella storia di Mediobanca, a mettere a punto la lista per il cda che l'assemblea voterà il 28 ottobre. E già con modalità rinnovate rispetto al passato: ci saranno meno consiglieri (da 17 passeranno a a 15) a maggioranza indipendenti. Il cda così rinnovato resterà in carica tre anni, contro i due anni di rinnovo del patto. Poi, se come sembra verrà introdotto il modello monistico (senza collegio sindacale), nel 2020 la lista del cda sarà proposta all’assemblea direttamente dal cda. 

 

Il patto accompagnerà tale processo fino alla sua probabile soluzione. Pirelli ha deciso di anticipare i tempi e forse, di qui al 30 settembre, sarà seguita dall’addio di quote minori: dal 30,69% il patto passerà a poco meno del 29%, ben oltre il 25% a cui è condizionata la sussistenza del patto. Di certo resteranno i due principali azionisti, vale a dire Unicredit (8,46%) e la finanziaria di Vincent Bolloré, con il 7,91%. Allo stesso modo non si registrano defezioni tra soci come la Edizione dei Benetton o la Mediolanum dei Doris. Resteranno la Fininvest dei Berlusconi, la Sinpar dei Lucchini, il gruppo Gavio, con il suo 0,66% e la Ferrero, che ha lo 0,65%. Un punto di domanda resta sulla casella della Italmobiliare dei Pesenti: sul suo 0,98% deciderà in un cda a fine mese, a pochi giorni dalla scadenza. Ma l’idea sarebbe quella di restare. Comunque la Borsa approva l’accelerazione di Mediobanca nel rinnovo della governance e il titolo sale dello 0,98%, a 8,72 euro. 

 

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