Testimoni e consulenti della difesa al processo per il mancato sferisterio di Montezemolo

In tre della ex Comunità montana sono imputati per peculato e abuso d’ufficio


Pubblicato il 13/09/2017
Ultima modifica il 13/09/2017 alle ore 15:10
montezemolo

Una questione di interpretazione della legge, a vederla dall’esterno. Una trattativa privata eseguita correttamente da amministratori e funzionari, per la difesa. Un “buco” costato oltre un milione di euro di soldi pubblici spesi illecitamente, per la Procura. E’il processo legato alla vicenda del mancato sferisterio di Montezemolo. Stamattina (mercoledì 13 settembre), in tribunale, ha parlato, fra gli altri, un docente di diritto amministrativo dell’Università di Torino secondo cui la procedura applicata dalla Comunità montana fu legittima.  

 

 

Gli imputati, per peculato e abuso d’ufficio, sono Gian Carlo Rossi, sindaco di Viola ed ex presidente della Comunità montana Alto Tanaro Cebano Monregalese e due funzionari dell’allora ente montano, Giampietro Rubino e Gino Ferraris.  

La storia. Nel 2003 iniziarono i lavori e nel 2006 crollò il muro principale, alto 20 metri. Venne ricostruito ma, poco dopo, la ditta appaltatrice Zoppi chiuse. Prima del crollo nella struttura erano stati investiti 550 mila euro. Dopo, 600 mila. Sono questi ultimi fondi ad aver generato il processo. Per la Procura vennero usati, anche per pagare opere extracontrattuali che la ditta aveva eseguito. Per la difesa gli imputati si limitarono ad eseguire un accordo privato sottoscritto tra comunità montana e ditta Zoppi in cui quest’ultima si impegnava a rimediare al disastro combinato da uno dei suoi progettisti. Per il pm l’accordo era illegittimo, per la difesa, no. “I 600 mila euro non compensavano le opere extracontrattuali ma erano dirette a pagare le opere rimediali secondo l’impegno che la Zoppi aveva assunto, il rifacimento del muro equivaleva al risarcimento da parte di quest’ultima” ha spiegato l’avvocato Alessandro Sciolla che allora assisteva la Comunità montana.  

 

 

Il pm: “La Zoppi era responsabile del crollo e la si incaricò di rifare i lavori affidandole 600 mila euro, senza gara”. Anche qui, nessun problema secondo la difesa, sostenuta dall’avvocato albese, Roberto Ponzio. Sciolla: “Si trattava di un contratto di sponsorizzazione cui non si applicavano all’epoca le regole dei contratti pubblici”. Per il professore di diritto amministrativo, Sergio Foà: “Le varianti erano state previste in sanatoria ed erano obbligatorie oltre che urgenti (c’era il rischio di una frana su case vicine ndr), la Comunità montana ha agito per l’interesse pubblico”. La sentenza è prevista per il 20 dicembre.  

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