“L’Europa è l’antidoto alla mina balcanica”

L’intervista con presidente albanese Ilir Meta in visita in Italia: «Con Roma c’è una collaborazione strettissima per il controllo delle comuni frontiere adriatiche»


Pubblicato il 13/09/2017

L’Albania al bivio delle riforme e della stabilità in vista dell’auspicata adesione all’UE, le sfide comuni con l’Italia a partire dal controllo dell’immigrazione clandestina, l’adesione all’Unione Europea come unica prospettiva possibile per evitare che i Balcani tornino indietro ai conflitti etnici del passato. Il neo presidente albanese Ilir Meta - già premier, ministro degli esteri e fondatore del Movimento Socialista per l’Integrazione - parla con «La Stampa» a margine della sua prima visita ufficiale nel nostro Paese, durante la quale ha incontrato le principali autorità dello Stato, il presidente Mattarella e Laura Boldrini. Sullo sfondo il rapporto strategico tra due nazioni accomunate da molto più delle sponde opposte del mar Adriatico, giacché una grossa fetta della cospicua diaspora albanese vive qui mentre sono sempre di più i pensionati italiani che per ragioni economiche e sociali scelgono di trasferirsi a Tirana.  

 

Presidente, a che punto è il processo di adesione dell’Albania all’Unione Europea e a che punto sono le riforme che avete intrapreso?  

«Dopo la raccomandazione positiva della commissione europea per aprire i negoziati per la membership, dopo le nostre elezioni generali e il governo, abbiamo iniziato l’applicazione della nuova riforma della giustizia. Ora speriamo che al più presto arrivi la decisione della UE per aprire i negoziati». 

 

Perché per l’Albania è importante l’ingresso in Europa?  

«Perché noi siamo europei, siamo un Paese e un popolo europeo. Per molte decadi siamo stati uno dei Paesi più isolati del mondo e di certo il più isolato d’Europa. L’aspirazione del Paese a un futuro europeo è ancora molto forte e popolare. Noi vorremmo un futuro di prosperità e di pace per l’Albania ma anche per l’intera regione e l’unica cosa che ci può unire in una futura cooperazione è la prospettiva comune europea. L’Europa è la prospettiva comune di tutti i paesi della regione. Se questa prospettiva fallisse succederebbe che i nostri Paesi risprofonderebbero come nel passato nei vecchi problemi di nazionalismo e di confini tra Stato e Stato, tornando in un passato che non è stato così pacifico. Questo argomento prova anche quanto siano importante l’allargamento dell’unione europea e la nostra integrazione». 

 

Secondo uno studio del 2016 di Transparency International, l’Albania è al terzo posto in Europa per il grado di corruzione della sua classe politica. Tra le riforme più importanti avviate dal governo di Tirana nell’ambito della richiesta di adesione all’UE c’è quella, da Lei menzionata, della Giustizia: cosa state facendo in concreto contro la corruzione?  

«Credo che la corruzione vada combattuta attraverso il sistema giudiziario del paese. Per questo il sistema giudiziario deve essere integro e credibile. E la nostra riforma è partita dal verificare le figure del sistema della giustizia, i procuratori, i sostituti procuratori, i giudici. E’ una riforma forte che va in direzione della trasparenza e che è fortemente assistita dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti ma anche dalla società civile e dai media. Speriamo che con l’applicazione della verifica, già iniziata, avremo presto istituzioni forti e credibili nella guerra contro contro la corruzione e le attività illegali del Paese. In questo modo non solo rafforzeremo la legge e le istituzioni ma creeremo anche un buon ambiente di business per gli investimenti stranieri». 

 

L’Albania è una colonna Nato nei Balcani. Molti indicatori suggeriscono che la regione sta vivendo una fase di forte radicalizzazione islamica, in Bosnia, in Kosovo e nella stessa Albania. A Scutari, nel nord dell’Albania, diversi insegnanti cattolici raccontano una tensione nuova e finora sconosciuta con gli studenti musulmani. Cosa sta facendo l’Albania per tenere sotto controllo il risveglio religioso a vocazione jihadista?  

«Per prima cosa il fenomeno della radicalizzazione dei giovani non ha a che fare solo con i Paesi in cui vivono i musulmani. E’ un fenomeno che si allarga anche in Paesi molto sviluppati della UE. Siamo in un momento importante, nel quale accadono fatti e misfatti di chi vuole usare la religione per altri scopi. Penso però che l’Albania non sia il Paese dove il fenomeno è preoccupante. Abbiamo un’armonia e una convivenza religiosa che ci contraddistingue ma questa armonia e questa convivenza vanno salvaguardati in futuro e con impegno, perché non è un dono garantito per sempre. Ci aspettiamo che ci sarà qualcuno che cercherà di attaccare questa convivenza, ma sappiamo anche che si tratta di una convivenza forte e stabile. Insomma, non noto preoccupazioni serie. E’ chiaro che abbiamo un’ottima collaborazione sulla guerra al terrorismo, specialmente con l’Italia. Sappiamo che la vostra sicurezza è la nostra sicurezza e che il terrorismo non è un problema limitato all’area adriatica ma diffuso in tutto il Mediterraneo, si tratta di un fenomeno nuovo che è cresciuto molto dopo le primavere arabe. Ed è una prova importante della UE per la stabilità delle regioni vicine».  

 

Albania e Italia vantano uno storico e consolidato rapporto. In che modo stanno collaborando Tirana e Roma nella lotta al terrorismo jihadista, dal momento che le tracce della radicalizzazione di alcuni jihadisti italiani, come la convertita Maria Giulia Sergio, conducono in Albania, sulla pista di un network di reclutamento a cui faceva capo tra gli altri l’imam Bujar Hysa, oggi in carcere? Come monitorate che, chiusa la rotta balcanica e parzialmente quella libica, non riparta il traffico dei migranti lungo la rotta adriatica e, attraverso quel traffico, l’infiltrazione di potenziali terroristi jihadisti?  

«La destabilizzazione della Siria, della Libia e di altri Paesi della regione ha creato una grande onda migratoria verso la UE. I Balcani erano una delle rotte principali. L’Albania si è impegnata per dare il suo modesto contributo e per questo ha collaborato strettamente e bene con i Paesi vicini, specialmente con l’Italia. Eravamo consapevoli che se i migranti fossero entrati da noi ci avrebbero usato come ponte per passare. Per questo abbiamo avviato una forte collaborazione con Frontex e abbiamo una loro missione sulle nostre frontiere. Il numero dei migranti entrati in Albania è piccolissimo e non abbiamo mai registrato casi in cui siamo stati usati come ponte. La collaborazione con l’Italia è stata eccellente».  

 

Lei è il settimo presidente dell’Albania post-comunista. Cosa resta del comunismo nel vostro Paese che entrando nel mercato globale ha visto gradualmente crescere il Pil ma anche il numero di disoccupati e delle famiglie indigenti?  

«Non c’è dubbio che accanto al grande cambiamento di cui siamo protagonisti abbiamo ancora problemi sociali ed economici. Negli anni ’90 non eravamo solo un Paese con l’arretratezza cinquantennale ereditata dal comunismo ma ci portavamo dietro anche problemi precedenti. L’Albania ha un potenziale economico per la crescita e per un futuro migliore. Dobbiamo muoverci in modo che l’indice di crescita economico aiuti anche le famiglie in difficoltà. Faremo di più per la loro educazione e per il loro sviluppo. Dire che stiamo effettuando un grande cambiamento non significa negare i problemi esistenti». 

 

E se il processo di adesione all’UE andasse per le lunghe? Teme che le giovani generazioni albanesi si disamorerebbero come è successo in Turchia?  

«Non sarà il caso albanese, noi vorremo sempre essere la porta d’Europa. Certo, c’è un po’ di frustrazione per il fatto che ci si aspetterebbe più velocità ma tutti capiscono le difficoltà oggettive. E le molte vicende fronteggiate dall’Europa in questi anni non agevolano, la crisi economica, le migrazioni, il terrorismo. Ma l’Europa per noi è l’unica aspirazione». 

 

L’islam albanese, passato per l’ateismo di Stato di Hoxha, è tradizionalmente più “laico” ed “occidentale” degli altri islam regionali. Cosa è successo in questi ultimi dieci anni per veder emergere anche tra alcuni giovani albanesi la pulsione jihadista? C’è una crisi di senso e valori tra le nuove generazioni?  

«Credo che in Albania la convivenza e l’armonia interreligiosa siano state storicamente forti. E hanno garantito la sopravvivenza della nostra nazione più di cento anni fa. E’ vero che il comunismo ha colpito duramente tutte le nostre comunità religiose e da 25 anni assistiamo al processo inverso, il ritorno della gente alle libertà, tra cui quella religiosa. Ma per l’Albania democratica questo non è un pericolo. Penso che i rischi non vengano dalle religioni ma dal cattivo uso o dalla manipolazione delle religioni. Dovremo fare attenzione alle parti sociali e alle aree più deboli del paese per dare un’educazione migliore, chances professionali migliori e una speranza perché chi ha speranza non cade vittima di nessun gruppo radicale». 

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