Regeni, arrestato il legale egiziano della famiglia. Gentiloni: “La verità su Giulio è dovere di Stato”

E domani al Cairo si insedia l’ambasciatore italiano Giampaolo Cantini
ANSA

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni con Alessandro Pansa, direttore generale del dipartimento delle informazioni per la sicurezza, durante l’audizione al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir).


Pubblicato il 13/09/2017
Ultima modifica il 13/09/2017 alle ore 15:49
torino

Il consulente legale della famiglia di Giulio Regeni al Cairo, Ibhrahim Metwaly, arrestato tre giorni fa, è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Tora, nella zona sud del Cairo, dove era stato detenuto anche l’ex presidente egiziano Mubarak. Le autorità egiziane - che lo hanno interrogato ieri - lo hanno posto in custodia cautelare con l’accusa di aver diffuso notizie false. Metwaly era stato fermato in aeroporto al Cairo prima di imbarcarsi per Ginevra, dove avrebbe dovuto partecipare ad una riunione dell’Onu sulle sparizioni forzate. A confermalo è un’agenzia Ansa- AP.  

 

Gentiloni al Copasir  

Ieri sera il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, in una lunga audizione al Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) che ha toccato tutti i dossier della sicurezza nazionale, dalla Libia ai migranti, dal terrorismo a a Fincantieri-Stx, ha ribadito sul caso del ricercatore italiano torturato: «La ragion di Stato non può prevalere sulla ricerca della verità».  

 

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Domani l’ambasciatore al Cairo  

Trovare la verità sull’uccisione di Giulio Regeni «è un dovere di Stato», ha spiegato il premier difendendo la decisione di mandare al Cairo l’ambasciatore Giampaolo Cantini, che si insedierà domani (14 settembre) proprio con il fermo mandato di cercare di ottenere la massima collaborazione da parte delle autorità egiziane. Al premier è stato anche chiesto conto dell’informativa che gli Usa - a quanto riferito dal New York Times - ha mandato al governo Renzi per comunicare «prove esplosive» sul coinvolgimento degli apparati di sicurezza egiziani nell’omicidio Regeni. A quanto appreso il premier avrebbe spiegato che in realtà il dossier era abbastanza generico e non conteneva elementi di novità significativi rispetto a quanto già noto ai nostri 007. Il dossier non è stato consegnato materialmente all’epoca al Copasir perché conteneva informazioni di servizi terzi, ma il materiale sarebbe stato girato ai magistrati italiani. 

 

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La ricerca della verità  

Sono diversi i Paesi che potrebbero contribuire ad arrivare alla verità sull’omicidio Regeni. Oltre all’Egitto e agli Usa, anche l’Inghilterra, visto che il ragazzo svolgeva la sua attività di ricerca per conto dell’università di Cambridge. Sono tanti gli interessi in gioco - economici, di influenza e di strategia - che si intersecano nel caso dell’uccisione del ragazzo proveniente da Fiumicello (Udine). «Ma gli interessi economici - ha spiegato il il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi - non possono impedire l’accertamento della verità: questa è una consapevolezza che il governo ha mostrato di avere oggi». 

 

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