“Più trasparenza sugli accordi fra intelligence”, l’appello delle Ong

Privacy International e trenta organizzazioni chiedono più controlli da parte degli organi di vigilanza sui servizi segreti. Lettera inviata oggi a 40 Paesi, incluso il nostro Copasir. Che proprio ieri ha sentito Gentiloni su varie questioni


Pubblicato il 13/09/2017
Ultima modifica il 13/09/2017 alle ore 13:26

Una campagna internazionale per rendere più trasparenti le pratiche di condivisione di intelligence fra Stati. La lancia oggi l’Ong britannica Privacy International, insieme a una trentina di altre associazioni per i diritti umani presenti nei 40 Paesi coinvolti, Italia inclusa. E lo fa con delle domande di chiarimento inviate ai vari organi di vigilanza sulle attività dei servizi segreti - qui una mappa interattiva sugli Stati coinvolti -, in sostanza chiedendo loro quanto potere di controllo abbiano effettivamente su questo aspetto delicato della raccolta, gestione e messa in comune di informazioni riservate. 

 

L’audizione di Gentiloni  

Quindi una lettera - firmata oltre che da Privacy international, dalle italiane CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili) e Centro Hermes per la Trasparenza e i Diritti Umani Digitali – è stata inviata oggi anche al nostro Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ancora fresco della audizione del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Proprio ieri infatti il premier ha riferito davanti all’organo di controllo sui servizi su una serie di questioni di sicurezza nazionale, incluse le nostre relazioni con Paesi come Libia ed Egitto, e il caso Regeni. Sull’uccisione del giovane ricercatore italiano, e in particolare sulle polemiche derivate da un articolo di agosto del New York Times - secondo il quale gli americani avrebbero comunicato al governo Renzi le prove del coinvolgimento degli apparati di sicurezza egiziani - Gentiloni ha spiegato che si trattava di un dossier generico, senza elementi di novità, e che per questo non sarebbe stato consegnato al Copasir, e passato solo ai magistrati.  

 

«Penso che le risposte abbastanza puntuali e precise su alcuni argomenti siano la prova inconfutabile che soltanto ora il Copasir, e quindi il Parlamento sovrano, abbia avuto a disposizione alcune informazioni», ha commentato al riguardo Angelo Tofalo (M5S), membro del Copasir, a La Stampa. «Qualcuno in precedenza ha omesso qualcosa non consentendo al Parlamento, in particolare modo alle opposizioni, le giuste iniziative parlamentari. Verificheremo anche se, eventualmente, ci sono stati sconfinamenti della 124/2007 (che legge che regola i servizi, la loro segretezza e le attività di controllo sugli stessi, ndr) e soprattutto continueremo a chiedere con forza la verità per Giulio Regeni». In quanto alla richiesta delle Ong di una maggior trasparenza sull’intelligence sharing, Tofalo commenta: «Non abbiamo alcuna visibilità su quanto condiviso tra le intelligence dei diversi Paesi se non per ciò che potrebbe esserci riferito in Comitato. Lo scambi informativo tra le intelligence è considerata una normale prassi che ritengo vada normata e sia oggetto, in futuro, anche del controllo parlamentare. Da una parte ci sono minacce, come quella del terrorismo internazionale, che vanno contrastate rendendo più efficace ed efficiente lo scambio informativo tra le diverse intelligence andando magari ad armonizzare le differenti normative dei Paesi, dall’altra ritengo fondamentale un potenziamento dei poteri di controllo del Parlamento». 

 

Sorveglianza e accordi sui migranti  

Nessuno obietta - nemmeno le associazioni citate – sulla necessità e importanza di passarsi informazioni nelle indagini su criminalità e terrorismo. Ma il tema dello scrutinio sulle pratiche di condivisione di intelligence da parte degli organi titolati a farlo ha implicazioni più vaste, che possono andare dagli escamotage per aggirare i limiti nazionali sulla sorveglianza di massa ricevendo dati raccolti invece dagli alleati fino alla natura dei patti siglati con altri Paesi sui flussi migratori. Non a caso uno dei temi affrontati ieri da Gentiloni in audizione ha riguardato gli accordi presi in Libia per fermare le partenze dei migranti: accordi fatti con le istituzioni locali libiche e non con i trafficanti, avrebbe precisato il presidente del Consiglio, dopo che una inchiesta di Associated Press aveva invece parlato di una possibile intesa fra governo italiano e alcune milizie coinvolte nel traffico. 

 

«Già lo scorso marzo avevamo sollevato presso il Comitato ONU per i diritti umani preoccupazioni circa l’operato dell’Italia sulla condivisione di intelligence con Paesi che violano i diritti umani”, ha dichiarato Andrea Menapace, direttore di CILD. “In un momento cruciale in cui l’Italia fa accordi per rimpatriare richiedenti asilo e impedire l’arrivo di altre persone, è fondamentale sapere come funziona la collaborazione tra agenzie di intelligence, e se e come gli organi di vigilanza hanno possibilità di esaminare queste attività». 

 

L’italia e le alleanze  

L’altro tema sul piatto della condivisione di intelligence fra Paesi è quello sollevato già nel 2013 con le rivelazioni di Edward Snowden, che però negli ultimi tempi sembra essere passato in secondo piano. Ovvero quello della raccolta di massa di comunicazioni e informazioni sugli utenti da parte di alcuni Stati. L’Italia - scrivono infatti le associazioni della campagna di trasparenza - fa parte dell’alleanza strategica 14-Eyes che comprende USA, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Danimarca, Francia, Olanda, Norvegia, Belgio, Germania, Spagna e Svezia. Inoltre rientrerebbe in altri accordi di intelligence sharing nella Nato (in particolare nel Comitato consultivo sull’intelligence speciale, NACSI) e in Europa (con il Club di Berna)

 

«Le agenzie di intelligence in tutto il mondo hanno espanso enormemente sia la loro capacità di sorveglianza, sia la quantità di informazioni che scambiano tra loro, inclusi dati raccolti in massa. Tali accordi di condivisione sono circondati da segretezza e nascosti da ogni forma di trasparenza e controllo», ha dichiarato Scarlet Kim, giurista di Privacy International. 

 

Amnesty e il Privacy Shield  

Anche Amnesty International e Human Rights Watch lo scorso luglio avevano sollevato il tema del controllo sulla condivisione di intelligence in una lettera alla Commissione europea. Il merito era l’adeguatezza delle garanzie offerte dagli Stati Uniti sul trasferimento di dati personali di cittadini europei ad aziende americane nell’ambito del Privacy Shield, il nuovo accordo Usa-Ue per la tutela della privacy e dei diritti dei cittadini del Vecchio Continente. 

 

Secondo Amnesty e Human Rights Watch la protezione garantita dall’intesa non è adeguata perché le leggi e i programmi americani sulla sorveglianza e la raccolta di intelligence all’estero sarebbero ben lontani dagli standard europei. Una situazione aggravata dalla «completa opacità degli accordi di intelligence sharing fra Stati Uniti e altri Paesi, così come dall’apparente assenza di un controllo da parte di organi indipendenti». 

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