#italiadestate: quella porta affacciata sul mare a Scoglitti (Sicilia)


Pubblicato il 13/09/2017
Ultima modifica il 13/09/2017 alle ore 07:49

Sono arrivati numerosi racconti in redazione. Per questo la rubrica «#italiadestate» continuerà per altre tre settimane. Le «Lettere» torneranno il 26 settembre. I lettori possono inviarci i loro racconti (3600 battute) corredati di foto sul tema: alla scoperta dell’Italia, i luoghi rimasti nella vostra memoria. Resta comunque uno spazio per le lettere sugli argomenti di attualità.  

 

Era la fine degli Anni 50 e avevo appena finito la quinta elementare a Vittoria, in Sicilia, nella zona dove oggi scorrazza Montalbano. Quell’anno, a settembre, era successo il grande evento. Un anno prima, mio padre, professore di lettere, si era fatto trasferire a Torino ma mia madre si era rifiutata di seguirlo: «Friddu assai ci fa!». E così mio padre ci aveva riprovato l’anno dopo con Roma. Stavolta mia madre aveva accettato: «A Roma almenu u Papa puozzu vìriri». Davanti casa si era fermato l’enorme vagone di un treno merci che si era ingoiato mobili, tavoli, letti, sedie, materassi, piatti e bicchieri, l’orologio a pendolo e persino la vecchia ghiacciaia di legno. Poi tutti a Roma: papà, mamma, e due bambini eccitati. Nella capitale mi sono iscritto in prima media, però da primo della classe che ero a Vittoria mi sono ritrovato asino a Roma. E sì, in italiano non sapevo scrivere e di matematica non capivo niente.  

 

Ma a giugno, per fortuna, finita la scuola ci affrettavamo tutti alla stazione Termini a prendere il treno per tornare in Sicilia: un treno lunghissimo, tirato da una locomotiva a vapore che finiva con una vettura diretta Roma-Vittoria.  

Accaparrarsi un posto là dentro non era facile, visto che non esistevano ancora prenotazioni. Comunque, dentro gli scompartimenti per otto persone ci si stipava anche in dodici e per i corridoi era tutto un tappeto di gente. Da cataste di valigie di cartone fuoriuscivano olezzi di pecorino che ci avrebbero accompagnato per l’intero viaggio, tutta una notte e il giorno successivo. 

 

A destinazione arrivavamo grondanti sudore e anneriti del fumo della locomotiva. Ma il viaggio non era finito, perché la casa di Vittoria era già stata venduta e così prendevamo un calesse per Scoglitti, la frazione sul mare, dove ci aspettava la casetta costruita dal nonno davanti alla spiaggia. 

 

In quella casa la porta affacciata sul mare era sempre aperta. Veniva aperta al mattino per far entrare l’unica frescura della giornata, si socchiudeva nel pomeriggio per mitigare la pesante calura, e si riapriva al tramonto per osservare il via vai di gente che sbucava da ogni parte. Anche a pranzo era aperta, così che potevamo guardare la superficie del mare increspata da scintille di sole, e con la mamma che ogni volta esclamava: «Maariiìa, ‘cchi maravígghia, sta porta pari pittáta di mari!» 

 

Di primo mattino, puntuale ogni giorno, passava un belare di pecore che ricopriva tutto di polvere. E mamma che veniva fuori con un pentolino per riempirlo di latte appena munto e un piatto che si arricchiva di ricotte fresche estratte da custodie di listarelle di canne, i cavágne. Poi il gregge riprendeva lentamente il cammino. Da ultimo chiudeva la fila il pastorello, che, con le mani attorno alla bocca, si lasciava dietro suoni arcani di jankalarrúni. 

 

Nelle giornate afose d’agosto, senza un alito di vento, la spiaggia emanava profumi di alghe, l’acqua cristallina faceva vedere in trasparenza gli scogli sul fondo, e la calma del mare era appena increspata da qualche banco di sardine. Sparse per l’orizzonte si vedevano barche a vela di pescatori. 

 

Mio fratello ed io, ritti davanti casa, guardavamo oltre quelle vele, dopo l’orizzonte. Eravamo convinti che là si trovasse l’isola di Malta. Puntavamo diritto il dito in avanti e strabuzzavamo gli occhi dicendo: «U’ viri, dda c’è Malta!». E anche con una certa sicumera, quasi che l’isola la vedessimo per davvero. Ma quello che ci trovavamo davanti era solo un liscio orizzonte blu.  

 

«Piénzica eni di rarrièri…!», facevo ancora io, imperterrito. E sì, magica e indistinta Malta doveva essere là, appesa a quella linea d’orizzonte, irreale, forse, ma caparbiamente aggrappata alla nostra immaginazione. Mai ci fu isola che riuscisse a suscitarci così tanti sogni e fantasie. 

 

Poi, arrivato settembre, con il magone in gola riavvolgevamo il nostro paradiso e riprendevamo il treno per Roma, tornando di nuovo a parlare (e pure a scrivere) in quell’astruso italiano. 

 

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