Un verdetto che dà una ripassata alle gerarchie

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Pubblicato il 13/09/2017
Ultima modifica il 21/09/2017 alle ore 02:30

Era nell’aria. Mica il risultato, che alla fine è esatto ma per un tempo intero era stato in bilico e semmai poteva pendere dalla parte della Juve. No, la serata di Messi, che la covava da sei buoni mesi, da quando Dybala gli aveva rubato la scena allo Stadium guidando la Juve ai quarti di finale. Qualcuno aveva parlato di passaggio di consegne. E Leo, che dei fuoriclasse veri ha anche la memoria lunga, ha colto la prima occasione per rimettere a posto le cose. Su un Dybala, si badi bene, che nel frattempo è ancora cresciuto ed è in corsia preferenziale per salire nell’olimpo dei fuoriclasse. Ma Leo è lassù, sul gradino più alto, da quando di anni ne aveva 16. E ieri sera al Camp Nou al nuovo compagno di Nazionale ha buttato là un affettuoso quanto perentorio «ragazzino, lasciami lavorare». 

 

Son partite queste in cui tutto può accadere in un istante. Lo ha confermato Messi, e chi sennò, pensando e poi realizzando la giocata vincente dopo che la gabbia costruita intorno a lui aveva mandato a vuoto tutti i tentativi precedenti. Un gol che poco o nulla c’entrava con quel che si era visto per l’intero primo tempo. Perché la Juve era pienamente in controllo, aveva corso solo due rischi e creato più occasioni a cominciare proprio da quella di De Sciglio che aveva costretto Ter Stegen a una deviazione miracolosa non vista dall’arbitro. Così tranquillo, il controllo bianconero, che per sostituire il terzino Allegri aveva scelto Sturaro, per rassodare ancor più un centrocampo così ben disposto da giocarsela più che alla pari con quello blaugrana. Grazie anche a ritmi blandi, che esaltavano la regia razionale di Pjanic da una parte e quella creativa di Iniesta dall’altra.  

 

Il guaio, per la Juve, è che quella prodezza ha incrinato le sue certezze. E, peggio ancora, ha stappato il fuoriclasse. Al settimo della ripresa il piccolo-grande Leo ha spaccato un palo. Due minuti più tardi si è visto sventolare un cartellino, non poi così gratuito, per aver chiesto l’ammonizione, sacrosanta e ignorata, di Pjanic. Dite che un altro, per quanto campione, si sarebbe innervosito? O smontato? Lui no. O forse sì, ma alla sua maniera. Prima creando, con una sgasata delle sue, il raddoppio di Rakitic. Poi firmando il tre a zero con un sinistro dal limite che ha mandato Buffon da una parte e il pallone dall’altra, come fosse un rigore. Per il Barça, si capisce. Ma anche per dare una ripassata alle gerarchie. 

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