Delitto della Bicocca, Tomasoni verso il processo. Tentò di incolpare il cognato

L’episodio del 9 novembre 2016. Per i pm il fratello aveva premeditato di uccidere Marita


Pubblicato il 14/09/2017
novara

Ha ucciso la sorella accanendosi con trenta coltellate e ha cercato, almeno inizialmente, di far cadere i sospetti su altre persone, in particolare sul cognato, marito della vittima. Omicidio premeditato e aggravato dal vincolo familiare e calunnia: sono queste, a indagine terminata, le accuse per cui il pm Nicola Serianni chiede il rinvio a giudizio di Massimiliano Tomasoni, l’ex autista di 47 che il 9 novembre 2016 ha fatto visita alla sorella Marita nella sua abitazione di via Cavallari alla Bicocca di Novara per chiederle soldi. Dalla casa poi sono risultati spariti 1.800 euro. 

 

Ipotesi rito abbreviato  

Difeso dall’avvocato Marino Viola, è probabile che all’udienza preliminare presenterà richiesta di giudizio abbreviato, con lo sconto di un terzo della pena. Schiaccianti le prove a carico dell’uomo che, messo alle strette dai carabinieri, ha poi confessato il delitto pur cercando di sminuire la sua responsabilità parlando di uno scatto d’ira sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Gli elementi raccolti portano a dire che abbia pensato e programmato tutto e che aveva già maturato l’intenzione di uccidere Marita nel caso lei non avesse assecondato la sua ennesima richiesta di soldi.  

 

Lo confermano molti elementi. L’arma, innanzitutto. L’assassino si è mosso da Cassolnovo, in Lomellina, a Novara con un coltello a serramanico. L’ha conficcato sulla schiena della vittima una prima volta. Poi si è accanito. Secondo i risultati dell’autopsia ci sono trenta coltellate (inizialmente si era parlato di 23). Poi, uscito dalla casa, l’ha gettato. L’arma non è mai stata trovata. «Mi è uscita per caso dalla tasca», si è giustificato negli interrogatori. 

 

Prove schiaccianti  

Ci sono i due cambi di abito e scarpe. Tomasoni è uscito vestito in un certo modo, è arrivato alla Bicocca e, dopo aver parcheggiato l’auto in via Cavigioli (a poche decine di metri dall’abitazione della sorella), ha indossato vestiti portati appositamente per entrare nella villetta di Marita. Dopo aver commesso l’omicidio, intorno alle 10,30, ha chiuso a chiave la sorella morente (il decesso avverrà qualche ora dopo in ospedale a causa delle gravi ferite), è scappato e si è cambiato una seconda volta, rimettendo gli stessi abiti con cui è uscito la mattina. 

 

La scena è stata documentata da più telecamere: quelle di un bar di Cassolnovo in cui ha fatto colazione, quelle di una casa vicino alla quale ha parcheggiato, quelle di una tabaccheria di corso 23 Marzo dove è entrato dopo il delitto. Queste ultime riprendono chiaramente Tomasoni che, dopo aver riposto nel baule gli abiti sporchi di sangue, si specchia sulla vetrina per vedere se ha macchie. L’uomo appare agitato, e ha una respirazione affannosa. 

Infine c’è il viaggio verso casa per disfarsi di coltello e abiti. Anche questo percorso fa presumere una premeditazione. Tomasoni ha infatti scelto strade secondarie ma soprattutto è passato da Gravellona Lomellina, paese in cui sapeva che ci sono ancora per strada i vecchi cassonetti. 

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