La ricetta Juncker per la nuova Ue: “Cambiare tutto in un anno e mezzo”

Il presidente della Commissione contro l’Unione a due velocità: “Muoversi compatti”. Omaggio all’Italia: “Sugli immigrati ha salvato il nostro onore. Aumentare i rimpatri”
AFP

Il presidente della commissione europea Jean Claude Juncker, a sinistra, bacia il vicepresidente Frans Timmermans, prima del discorso sullo Stato dell’Unione


Pubblicato il 14/09/2017
inviato a bruxelles

Nell’Europa che Jean-Claude Juncker vuole rilanciare non esistono le divisioni tra Est e Ovest, perché «deve respirare con due polmoni, altrimenti si soffoca». Anzi, dovrebbe allargarsi ai Balcani Occidentali (ma non alla Turchia). Nella sua Europa ideale c’è poi un Parlamento con una quota di deputati eletti con delle liste paneuropee. Ne ha parlato ieri proprio davanti all’Aula di Strasburgo, dove ha dettagliato il suo programma nel discorso sullo Stato dell’Unione. In questo anno e mezzo che ci separa dalla fine della legislatura, ha detto, c’è «una finestra di opportunità» che va sfruttata. Ora l’Europa ha «il vento in poppa» e bisogna cogliere l’attimo. Per guidarla nella giusta direzione, «prima che torni la tempesta», sarebbe meglio che ci fosse un solo presidente - dice l’ex premier lussemburghese - contemporaneamente a capo della Commissione e del Consiglio. «Un solo capitano al timone della nave» . Vento in poppa, nave, capitano al timone. Troppi esempi marittimi, gli ha ricordato un eurodeputato euroscettico, evocando la fine del Titanic. 

 

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Dalle parole di Juncker è emerso che nel suo progetto non c’è spazio per un’Ue a più velocità. Deve muoversi compatta, da Est a Ovest. Se possibile con un ulteriore allineamento. Dopo la Brexit, infatti, «tutti gli Stati Ue dovrebbero entrare nell’euro». Idem per Schengen, l’area di libera circolazione da cui sono ancora escluse Romania, Bulgaria e Croazia. 

 

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Nella sua Europa, dunque, Eurozona e Ue dovranno coincidere. Per questo «non serve un Parlamento dei Paesi dell’Eurozona» (bocciata la proposta Macron), ma «un ministro dell’Economia che sia vicepresidente della Commissione e capo dell’Eurogruppo». Con i dovuti strumenti a disposizione, come un Fondo Monetario Europeo che dovrebbe nascere sulle ceneri del Meccanismo Europeo di Stabilità. Sì agli Eurobond, «ma senza mutualizzazione del debito». Su questo, Juncker è realista: Berlino non lo accetterebbe mai. 

 

 

Deve crescere l’influenza europea sul palcoscenico mondiale e dunque è bene insistere con il progetto di una Difesa comune. Anche nel campo della Sicurezza Juncker immagina un Continente in cui le intelligence degli Stati collaborino, coordinate, per meglio contrastare il terrorismo. Con una super-procura dedicata alla principale minaccia di questi anni e un rafforzamento sul fronte della cybersicurezza: «Istituiremo un’Agenzia europea per la sicurezza informatica». 

Ci sono poi le sfide da affrontare sia nell’immediato che nel futuro, come l’immigrazione. Juncker si è lasciato andare a un elogio dell’Italia, che «ha salvato l’onore dell’Ue», evitando però di affilare il coltello contro quegli Stati che hanno dato scarsa prova di solidarietà. Solo un generico appello a mettere più soldi nel Trust Fund per l’Africa, le cui casse piangono. Per Juncker bisogna aprire prima il portafogli e poi le porte, accogliendo attraverso corridoi umanitari chi fugge dalle guerre. Ma non deve esserci spazio per tutti: «Gli irregolari - ha avvertito riferendosi ai migranti economici - vanno espulsi». 

 

 

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L’Europa di Juncker vuole diventare «leader nella lotta ai cambiamenti climatici» e moltiplicare gli accordi commerciali per riempire gli spazi lasciati dagli Stati Uniti, ma con le dovute difese. Per esempio proteggendosi dalle scalate straniere nei settori strategici. Tra gli obiettivi, poi, quello di rilanciare una strategia industriale e di creare un’Agenzia per il lavoro, rafforzando il cosiddetto «pilastro sociale». 

Ci sono molte cose belle nel libro dei sogni di Juncker, dove non trovano spazio capitoli più problematici come per esempio la questione catalana. Né le difficoltà dei negoziati per la Brexit. Il capo della Commissione già pensa a un vertice da tenersi in Romania il 30 marzo del 2019, per dire definitivamente addio a Londra e progettare il futuro a 27. A patto che si trovi un accordo con Londra. E che, nel frattempo, le trattative e gli interessi contrastanti non logorino i rapporti tra i Paesi dell’Unione europea. 

 

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