Bocelli diretto da un robot. E Verdi trema

Si chiama YuMi, è un robot e di mestiere fa il direttore d’orchestra
REUTERS

Andrea Bocelli diretto dal robot


Pubblicato il 14/09/2017

Si chiama YuMi, è un robot e di mestiere fa il direttore d’orchestra. Ha debuttato martedì, al Festival della Robotica di Pisa, con Andrea Bocelli. E così ha anche imparato subito che dirigere i tenori è durissimo. Come spesso accade quando la tecnologia ci spiazza, la realtà sembra superare l’immaginazione. YuMi è prodotto dalla Abb e programmato da un musicista «umano».  

 

YuMi è salito, anzi è stato sistemato, sul podio dell’Orchestra Filarmonica di Lucca per dirigerla in tre dei diciotto brani della serata. Entrano così direttamente nella storia come primo programma lirico robotizzato l’Intermezzo di «Cavalleria rusticana» di Mascagni, «O mio babbino caro» del «Gianni Schicchi» di Puccini e «La donna è mobile» del «Rigoletto»» di Verdi. Non sono pezzi troppo complessi, ma insomma si trattava pur sempre di un debutto.  

 

 

Stando al video, il gesto di YuMi non è troppo personale (e ci mancherebbe pure...) ma preciso. Semmai risulta inerte la mano sinistra, che si limita a replicare i movimenti della destra. Una direzione un po’ meccanica, per citare una delle innumerevoli battute che hanno accompagnato la performance del nuovo maestro. 

 

Non sappiamo se quella di Pisa sia una tappa fondamentale nella storia della musica. Di quella della tecnologia, probabilmente, sì. Ma il punto non è questo. La ragione per cui le fotografie di YuMi hanno subito fatto il giro della rete è la sottile inquietudine che suscitano. Lo scenario nemmeno troppo futuribile che ci aspetta, d’accordo, è quello degli androidi tuttofare cui siamo bene o male preparati da innumerevoli film di fantascienza. Però il robot che costruisce le automobili o opera il paziente o riordina casa iniziando presto, finendo presto e soprattutto, a differenza della signora Luisa dello spot, pulendo anche il water esegue, in fin dei conti, delle mansioni ripetitive e puramente meccaniche (la parola «robot», del resto, viene dal ceco e indicava dei lavori pesanti e forzati, la corvée del servo della gleba). La fantasia non gli è richiesta e non gli serve. 

 

Non siamo abituati, e forse nemmeno pronti, a vederlo in un ruolo creativo come dirigere un’orchestra. E allora perché non recitare l’«Amleto», o scrivere un poema, o dipingere un quadro? Si supera, qui, la soglia fra la macchina che replica quel che l’uomo gli ha insegnato a fare e la macchina che se lo inventa. Lasciandoci con l’idea che queste magnifiche sorti e progressive dell’automazione possano diventare anche un po’ preoccupanti. Quasi peggio che sentire Bocelli straziare Verdi. 

 

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