La denuncia delle mamme: “Troppa violenza in sala parto”

Una su cinque in ospedale ha vissuto un’esperienza traumatica. “Per questo tante rinunciano a una seconda maternità”

Foto di Lucia Caruso


Pubblicato il 21/09/2017

La maternità è l’esperienza più agognata dalle donne. Ma una volta alle spalle, nonostante la gioia per aver messo al mondo un figlio, una mamma su cinque porta con sé un trauma legato al parto: fisico o psicologico. 

 

A far calare i veli è una ricerca condotta dall’istituto «Doxa» per conto dell’«Osservatorio sulla Violenza Ostetrica»: un’associazione di mamme nata lo scorso anno al fine di indagare le proporzioni di quello che viene definito «un problema di salute pubblica che mette a repentaglio il benessere e la salute psicosociale della gestante e del bambino». Così le donne, dopo aver lanciato una campagna di denuncia sui social, hanno commissionato l’indagine, mirata a far luce su una forma di violenza silente, che in ambito giuridico in Italia non è riconosciuta come reato. 

 

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È emerso che le vittime di episodi di violenza ostetrica, negli ultimi tre lustri, sarebbero poco meno di un milione. Un comportamento che, nel 6 per cento dei casi, ha determinato la rinuncia a una seconda gravidanza: con una perdita di nascite stimata in 20 mila unità ogni anno. Un risultato poco invidiabile per un Paese che nel 2016 ha riempito appena 474 mila nuove culle, contribuendo a far registrare l’innalzamento dell’età media della popolazione che oggi è assestata sui 45 anni. 

 

L’inchiesta, condotta registrando anche le testimonianze di parenti e operatori sanitari, ha sollevato una problematica finora sommersa. Ogni anno, lungo la Penisola, poco più di 71 mila donne risultano vittime di episodi di violenza ostetrica. Con questa etichetta vengono riconosciuti i comportamenti «profondamente rappresentativi delle disuguaglianze di genere». È questa la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che sotto questo cappello fa ricadere un ampio ventaglio di azioni: abusi fisici e verbali, procedure mediche coercitive, mancata tutela della privacy, il rifiuto di offrire una terapia analgesica, la trascuratezza nell’assistenza al parto e lo scarso peso riconosciuto alle donne nell’assunzione delle decisioni relative al parto. 

 

Dal dossier, dunque, viene fuori qualche sorpresa. Quattro donne su 10, tra quelle intervistate, hanno riferito come l’assistenza al parto sia stata «lesiva della propria dignità e integrità psicofisica». L’esperienza negativa registrata più di frequente è stata l’episiotomia: ovvero l’incisione chirurgica con cui si dilata il canale vaginale per facilitare il parto. Una procedura che, rispetto alle lacerazioni naturali che spesso si verificano durante il parto, necessita di tempi più lunghi per il recupero: con rischi di infezioni ed emorragie, oltre a profonde ripercussioni sulla ripresa dell’attività sessuale. A subirla, secondo l’indagine, è stata circa la metà delle donne: senza peraltro che ci fosse l’ok all’intervento, in un terzo di questi casi. Un dato, più alto al Sud e nelle isole, che non sposa le indicazioni dell’Oms, che a riguardo riferisce: «L’episiotomia non deve essere effettuata di routine ma solo in caso di necessità, poiché non migliora gli esiti del parto vaginale». 

 

Un altro aspetto negativo, contrario anche questo alle linee-guida scientifiche, è il ricorso esagerato al parto cesareo. La medicalizzazione del momento conclusivo della gravidanza ha permesso di salvare migliaia di vite in quasi due secoli. Ma la procedura, secondo la ricerca, risulta più spesso programmata su indicazione dei medici rispetto ai casi in cui vi si ricorre su richiesta della gestante o per condizioni urgenti. Altri aspetti di cui si sono lamentate le donne riguardano la carenza di sostegno e informazioni sull’avvio dell’allattamento e la mancanza di riservatezza in varie fasi e momenti della loro permanenza nell’ospedale. Più di una mamma su 10 ha dichiarato di non aver potuto avere vicino una persona cara durante il travaglio. 

 

Ma le associazioni dei ginecologi (Sigo, Aogoi e Agui) invocano prudenza: «per non creare allarmismi che rischiano di minare la fiducia delle donne nei confronti dei medici». «Questi dati – dice Giovanni Scambia, presidente della Società italiana di ginecologia - impongono una verifica e una riflessione sulla gestione del rapporto con le pazienti. L'indagine dà forza a ciò che noi chiediamo da anni: una migliore rotazione del personale medico e ostetrico e la chiusura dei punti nascita con meno di mille parti l’anno». 

 

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